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Coppa Italia: Lazio-Inter (0-2), Chivu: “Non è mai scontato e semplice”

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Coppa Italia: Lazio-Inter (0-2), Chivu: “Non è mai scontato e semplice”

Cristian Chivu, allenatore dell’Inter, ha parlato dopo la bella vittoria per due a zero contro la Lazio di Maurizio Sarri. Solo parole sincere, essenziali, che dicono esattamente quello che il risultato già racconta da solo. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati. Abbiamo fatto una buona stagione, siamo tutti felici per quello che abbiamo superato».

Scudetto e Coppa Italia. Il double. La decima coppa nella storia dell’Inter. Il primo grande trofeo per Chivu da allenatore, costruito in una stagione che lui stesso aveva definito non priva di difficoltà, e che stasera ha trovato la sua conclusione perfetta sotto i colori nerazzurri che a Roma coloravano il settore ospiti dell’Olimpico.

La partita: efficienza e gestione, l’Inter di Chivu non ha mai sofferto davvero contro la Lazio

Chivu aveva scelto di schierare la sua versione migliore, senza rischi e senza compromessi. Sommer tra i pali, Bisseck, Akanji e Bastoni in difesa, Dumfries e Dimarco sulle fasce, Barella, Zielinski e Sucic a centrocampo — con Calhanoglu ancora ai box ma in panchina — e la coppia Thuram-Lautaro in attacco. Undici titolari, nessuna gestione, nessun risparmio di energie. Il messaggio era chiaro fin dal primo momento: questa è una finale, e l’Inter ci arriva per vincerla.

La tattica aveva funzionato con una semplicità quasi disarmante. Al 14′ il corner di Dimarco aveva trovato la testa di Thuram, che aveva sfiorato il pallone mandandolo sui piedi di Marusic: autogol, 1-0, vantaggio costruito senza nemmeno bisogno di inventare nulla. La Lazio era stata punita dalla propria disorganizzazione difensiva su una delle azioni più elementari del calcio, un calcio d’angolo gestito con cura ma non con chissà quale complessità tattica.

Il raddoppio al 35′ aveva il marchio inconfondibile di Lautaro Martinez. Dumfries — eletto MVP della finale — aveva recuperato palla approfittando di un’uscita sbagliata di Nuno Tavares, aveva servito il capitano che da posizione leggermente defilata aveva calciato con quella precisione che ormai non sorprende più nessuno. Due a zero. Partita chiusa prima dell’intervallo, con la Lazio che nella ripresa avrebbe provato a riaprirla senza mai riuscirci davvero.

Dia aveva avuto la grande occasione del 2-1 nel secondo tempo, ma J. Martinez aveva fatto una parata strepitosa su un uno contro uno che sembrava già gol. Poi la tensione era esplosa nel finale, con la brutta entrata di Pedro su Dimarco che aveva scatenato un parapiglia animato, risoltosi con quattro ammonizioni e qualche spintone di troppo. Ma la sostanza non era cambiata: l’Inter aveva dominato, la Lazio aveva lottato senza trovare la via del gol.

«Non è mai scontato e semplice. Siamo felici per i tifosi e per la società»

Chivu sul campo dell’Olimpico, appena dopo il triplice fischio di Guida, aveva scelto la strada dell’autenticità: «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati. Abbiamo fatto una buona stagione, siamo tutti felici per quello che abbiamo superato, felici per i tifosi e per la società che ci ha sempre dato supporto».

Poi aveva aggiunto, con quella sobrietà che lo contraddistingue anche nei momenti di maggiore euforia: «Nuovo ciclo vincente? Ci godiamo quel che di buono abbiamo fatto. Non è mai scontato e semplice vincere scudetto e Coppa Italia e portare a buon fine una stagione così. Siamo felici per questi due trofei».

La parola scontato è quella su cui vale la pena fermarsi. Perché Chivu sa meglio di chiunque altro che questa stagione non era scontata. Era arrivato su una panchina importante, con l’eredità di Inzaghi e di quattro anni di scudetti e Champions da portare sulle spalle, all’inizio della sua prima esperienza da allenatore di primo piano nel calcio europeo. Aveva avuto momenti di difficoltà — «alti e bassi» come li ha definiti lui stesso — e aveva risposto con il lavoro, con la coerenza, con quella capacità di mantenere il gruppo compatto che è forse la sua qualità principale.

«Merito di società e tifosi, di una squadra che ha dato l’anima»

Il passaggio più significativo del discorso di Chivu è stato quello in cui ha distribuito i meriti senza tenersi niente: «Merito di società e tifosi, di una squadra che ha dato l’anima, ha lavorato sodo. In stagione abbiamo avuto alti e bassi ma è stata una stagione positiva».

Una frase che racconta di un allenatore che non vuole essere al centro della scena, che costruisce un’identità collettiva piuttosto che individuale. L’Inter di Chivu non è mai stata una squadra di un singolo protagonista — non dell’allenatore, non di un giocatore — ma un sistema in cui ognuno aveva il suo ruolo e lo rispettava con disciplina. Lautaro ha segnato, Barella ha dominato il centrocampo, Dimarco ha creato, Dumfries ha vinto il premio MVP della finale. Ma il merito, per Chivu, è di tutti.

Ha poi chiuso con una nota di realismo che dice molto sul suo approccio alla carriera: «Nel calcio si pianifica sempre a breve termine, a lungo termine è più difficile perché tutti dipendiamo dai risultati. Sappiamo che quando tutto va bene allora va bene tutto e quando le cose non vanno bene si è in discussione, vale per tutti. Per ora ci godiamo il momento».

Una frase che suona quasi come un avvertimento verso sé stesso e verso chi lo circonda. Non illudersi, non pensare che il doppio trofeo garantisca un futuro sereno a tempo indeterminato. Il calcio cambia, i risultati cambiano, e l’unica cosa che conta è il presente. Il presente, stasera, è la Coppa Italia alzata all’Olimpico.

Lautaro e Dumfries: i protagonisti della notte

Due nomi su tutti hanno scritto la storia di questa finale. Il primo è Lautaro Martinez, che con il gol del 2-0 ha scritto un’altra pagina della sua storia personale con la maglia nerazzurra: terzo miglior marcatore nella storia dell’Inter in Coppa Italia dopo stasera. Il capitano aveva parlato alla vigilia con la determinazione di chi sa di avere qualcosa da lasciare: «Abbiamo la fame di vincere tutti i trofei, in ogni competizione vogliamo arrivare in fondo. La parola d’ordine nel nostro spogliatoio è vincere». E poi l’aveva fatto.

Nel post-gara Lautaro aveva aggiunto: «Doblete? Ha un significato importante, non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione davvero importante a livello di gioco, intensità e risultati. Sono contento, finiamo con un altro trofeo che per noi vuol dire tanto».

Il secondo protagonista è Denzel Dumfries, eletto MVP della finale con una prestazione che ha incartato la fascia sinistra della Lazio per tutta la partita. L’assist per il gol di Lautaro è stata l’azione decisiva, ma quello che aveva fatto Dumfries in novanta minuti — le sovrapposizioni, i tagli, la capacità di mettere cross pericolosi — aveva pesato quanto il risultato finale. Ai microfoni di Mediaset aveva detto con quel sorriso che gli è consueto: «Sono contento di aver fatto un assist per Lautaro che era arrabbiato perché gliene ho fatti pochi, ma l’importante è che abbiamo vinto». Una battuta che dice molto sul clima nello spogliatoio nerazzurro: un gruppo che ride insieme, che si prende in giro con affetto, che ha trovato nell’armonia umana una delle chiavi del successo tecnico.

Ricordiamo la grande lotta di Alessia, bambina di 8 anni che si è dovuta arrendere ad un male troppo grande. A ricordarla anche il Palermo, sua squadra del cuore, e tantissime associazioni calcistiche. Una triste vicenda che, però, unisce tutti. Dimostrando come lo sport sia soprattutto questo: amore, comprensione, unione.

A presto, Alessia!

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