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Coppa Italia: Lazio-Inter (0-2), Sarri: “Regalati i due goal”

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Coppa Italia: Lazio-Inter (0-2), Sarri: “Regalati i due goal”

Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha parlato al termine della brutta sconfitta per due a zero contro l’Inter di Chivu. Il tecnico aveva detto alla vigilia una frase che adesso pesa il doppio: «Bisogna crederci fino alla follia». La follia è rimasta, ma il risultato no. La Lazio perde 0-2 la finale di Coppa Italia contro l’Inter, consegna a Cristian Chivu il double scudetto-coppa, e chiude una stagione che il tecnico toscano aveva definito come «attraversare il deserto senza acqua» senza riuscire ad arrivare all’oasi che avrebbe cambiato tutto. Due errori devastanti, uno di Marusic e uno di Nuno Tavares, hanno indirizzato la partita prima ancora che la Lazio potesse entrare davvero in gara. E l’Inter — che quattro giorni fa aveva vinto 3-0 allo stesso Olimpico — ha fatto quello che sa fare meglio: ha capitalizzato, ha gestito, ha alzato il trofeo.

Per Sarri è la terza finale di coppa nazionale persa in carriera. E questa, forse, è quella che brucia di più: perché l’Europa League era a un gol di distanza, perché questa squadra aveva lottato per mesi con risorse limitate, perché in questa stagione aveva dimostrato di valere più di quello che la classifica diceva. Il deserto è stato attraversato. Ma l’acqua, stasera, non è arrivata.

Lazio-Inter: due regali dei ragazzi di Sarri che hanno deciso tutto

Sarri alla vigilia aveva detto una cosa precisa sul modo in cui si perdono le finali: «Se l’atteggiamento mentale è quello di sabato la tattica non vale più nulla». L’atteggiamento mentale stasera era diverso da sabato — la Lazio entrava in campo con la fame di chi sa di avere un’occasione unica — ma il calcio è anche questo: bastano due secondi di disattenzione per cambiare la storia di una serata.

Il primo errore è arrivato al 14′. Angolo di Dimarco dalla sinistra, cross tagliato in area, Thuram stacca di testa e sfiora il pallone. Alle sue spalle c’è Marusic, che nel tentativo di anticipare il francese colpisce di testa e insacca nella propria porta. Un autogol che nasce da una lettura sbagliata, da un’uscita in anticipo che non era necessaria, in un momento in cui la partita era ancora tutta da giocare. L’Olimpico — pieno, caldo, completamente diverso da quello semivuoto delle ultime settimane di campionato — si è gelato in un silenzio che durava da un anno intero.

Il secondo errore è arrivato al 35′. Nuno Tavares perde un pallone sanguinoso nell’impostazione — la tipologia di errore che Sarri aveva già visto troppe volte in stagione — e Lautaro Martinez, che non ha bisogno di due inviti, ne approfitta con la freddezza del predatore: sinistro sul primo palo, Motta non può arrivare. Due a zero. Partita virtualmente chiusa dopo meno di quaranta minuti.

La Lazio ha provato a reagire. Zaccagni si è abbassato a costruire, Noslin ha cercato spazio tra le linee nerazzurre, Isaksen ha tentato di andare sul fondo più volte senza trovare il cross giusto. Ma l’Inter di Chivu è una squadra che quando è avanti sa cosa fare: abbassarsi, coprire gli spazi, ripartire quando può. E l’ha fatto con quella fluidità che in questa stagione ha reso i nerazzurri praticamente imbattibili nei momenti che contavano.

Nel finale la tensione ha prodotto l’unico momento brutto della serata: una brutta entrata di Pedro su Dimarco ha acceso gli animi, con la rissa sfiorata in campo e diversi giocatori coinvolti nel parapiglia. Il portoghese — che Sarri aveva schierato dal primo minuto sperando nel suo talento da finalista — è uscito tra le polemiche, ammonito, simbolo di una serata in cui la Lazio non è riuscita a trovare il bandolo della matassa.

Sarri: «Questa squadra ha attraversato il deserto senza acqua»

Le parole più significative di Sarri in questo finale di stagione non sono quelle di stasera — che arriveranno nelle prossime ore, quando il dolore sarà ancora fresco — ma quelle che aveva accumulato nei giorni precedenti e che adesso, con il 2-0 sul tabellone, assumono un peso diverso.

«Quest’anno la Lazio ha attraversato il deserto senza acqua». Lo aveva detto alla vigilia della finale, e lo aveva già detto in più occasioni nel corso della stagione. Una metafora che racconta perfettamente il percorso biancoceleste. Mesi in cui l’Olimpico era semivuoto per le proteste legate al derby delle 12:30, mesi in cui i giocatori chiave si facevano male nel momento peggiore, mesi in cui ogni traguardo sembrava allontanarsi nel momento in cui lo si sfiorava.

«Sono orgoglioso della stagione e dell’atteggiamento della squadra. Ha sbagliato qualche partita ma non ha mollato mai. Questi ragazzi sono diventati uomini migliori, hanno fatto un percorso straordinario in questa competizione, eliminato grandissime formazioni». Lo aveva detto con quella convinzione genuina di chi non cerca attenuanti ma riconosce il valore del percorso indipendentemente dal risultato finale.

E poi, sulla finale in sé: «Bisogna crederci fino alla follia. Qualsiasi parola che dirò sarà quasi superflua. Sarebbe per avere la coscienza a posto». Parole di un allenatore che sapeva di essere sfavorito, che sapeva di affrontare la squadra più forte del campionato, ma che aveva scelto di non fare sconti alla propria squadra e alla propria ambizione.

Il rimpianto personale di Sarri: tre finali perse

C’è una dimensione personale in questa sconfitta che Sarri aveva già evocato alla vigilia. E che stasera si aggiunge agli altri rimpianti di una carriera lunghissima: «Personalmente ne ho già perse due di finali a livello nazionale di coppe, in Italia e in Inghilterra al settimo rigore, contro il City. Avevamo fatto qualcosa in più in quella gara, è un grande rimpianto».

Quella finale di FA Cup con il Chelsea, persa ai rigori contro il Manchester City nel 2019, era rimasta come la più grande incompiuta della carriera di Sarri. Un rimpianto che in questi anni non era svanito. Stasera si aggiunge una terza finale persa, in Italia, con la Lazio. Il trofeo continua a sfuggirgli.

Aveva anche aggiunto, con quella sua onestà disarmante: «Ho una carriera lunga alle spalle, vincere il trofeo non mi cambia la vita. Sarebbe bello dare una soddisfazione ai ragazzi e ai tifosi». Una frase che ora risuona in modo ancora più toccante. Non era per sé che voleva vincere stasera. Era per loro.

L’Europa League che sfuma: le conseguenze sulla stagione

Al di là del dolore sportivo, c’è una conseguenza pratica di questa sconfitta che va messa in chiaro. La Lazio aveva bisogno di vincere la Coppa Italia per qualificarsi all’Europa League. Un piazzamento che avrebbe anche liberato il posto in Conference per l’Atalanta in classifica. Quella qualificazione stasera è sfumata, e con essa una fonte di entrate importante per un club che opera con risorse inferiori rispetto alle rivali dirette.

Sarri avrebbe vissuto una finale di Europa League come un’opportunità enorme — per il gioco, per crescere, per misurarsi con le migliori squadre del continente. Adesso il Lazio tornerà in Conference League, se riuscirà a mantenere il settimo posto nelle ultime due giornate. Un obiettivo importante, ma di scala diversa.

L’ironia della sorte vuole che la Conference League sia anche il traguardo che l’Atalanta di Palladino sta cercando di raggiungere nella classifica. Siccome l’Inter ha vinto la Coppa Italia e l’Inter è già in Champions, il posto europeo della Coppa non si aggiunge: la Lazio dovrà meritarsi l’Europa sul campo nelle ultime due giornate, come chiunque altro.

Ricordiamo la grande lotta di Alessia, bambina di 8 anni che si è dovuta arrendere ad un male troppo grande. A ricordarla anche il Palermo, sua squadra del cuore, e tantissime associazioni calcistiche. Una triste vicenda che, però, unisce tutti. Dimostrando come lo sport sia soprattutto questo: amore, comprensione, unione.

A presto, Alessia!

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