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ESCLUSIVA – Intervista con la mental coach Giulia Giudice: gestione della pressione e performance

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ESCLUSIVA – Intervista con la mental coach Giulia Giudice: gestione della pressione e performance

Dopo la prima parte dell’intervista con la mental coach Giulia Giudice, dove abbiamo indagato indagato la sfera dell’impatto dei social media, dell’esposizione e dell’importanza della salute mentale, in questo secondo pezzo andiamo invece a parlare di aspetti più di campo, come la performance e la gestione della pressione. 

Come si affronta mentalmente una finale o una partita decisiva? Cosa cambia a livello mentale rispetto ad altre partite?

Per quanto riguarda questo aspetto, possiamo dire che il mondo del coaching sportivo è diviso in due categorie. C’è chi afferma che giocare una finale aiuti e chi, invece, sostiene che questi avvenimenti aumentino la pressione. Come spesso accade in questi casi, la verità si trova nel mezzo. In questi casi, bisogna ripassare mentalmente ciò che si farà in campo, tenendo conto anche delle variabili esterne, come ad esempio il confronto con l’altra squadra, la presenza degli avversari. In questo contesto, sono molto importanti le tecniche di visualizzazione.

Oltre però a concentrarsi sugli altri, è molto importante riuscire a focalizzarsi su quelle che sono le variabili che si possono controllare, per quanto possibile. Un’altra importante variabile da dover gestire è quella degli ormoni. Infatti, durante le partite decisive, l’adrenalina spesso sale “a 1000”. Il giocatore migliore non cerca di fermarla, ma cerca di utilizzarla in forma di energia e di maggior concentrazione, ed il confine tra il riuscirci e il non riuscirci determina la prestazione di un giocatore. In generale, comunque, bisogna prepararsi bene, fare esercizi di visualizzazione per cercare di arrivare quanto più carichi, consapevoli di sé stessi e delle proprie qualità e soprattutto bisogna essere in grado di mettere in conto gli errori. Se questi accadono bisogna riuscire a passare subito all’azione successiva.

Da mental coach, Giulia Giudice suggerisce l’utilizzo dell’attenzione focalizzata

Per aiutarsi, spesso, si tendono ad utilizzare delle frasi guida. Queste puntano a ricordare il motivo per cui si è arrivati a giocarsi una finale. La cosa importante da ricordare è che il pensiero chiave non deve essere sulla coppa che si può vincere ma ai momenti della partita. Questo perché bisogna sempre essere concentrati come in una sorta di partita a scacchi dove tutto può cambiare da una mossa all’altra, aspetto che nel calcio è inoltre più complicato per la variabile del movimento e anche perché è uno sport di squadra.

Vincere o segnare un gol quanto aiuta davvero un calciatore a star bene mentalmente? Come ci si risolleva dopo un brutto errore?

Segnare un goal impatta molto, ma al tempo stesso causa anche una serie di crescenti aspettative. Bisogna pensare ad un goal segnato in relazione alle conseguenza alle quali porta. Quando il giocatore segna, dal punto di vista neuropsicologico il cervello aiuta a stare meglio: ad esempio, l’ansia se ne va, cresce la fiducia, aumenta la consapevolezza in sé stessi. Quindi, una serie di aspetti che rientrano nel fenomeno della ricompensa per tutto quello che è stato fatto. Per un attaccante, segnare è fondamentale perché ripristina una maggiore fiducia, soprattutto in caso di lunga astinenza dal goal.

Al tempo stesso, però, l’idea che si ha è che: se si segna si è bravi, mentre se non si segna non lo si è. Questo è dato dal fatto che, dopo che un giocatore segna, i tifosi si aspettano che questo possa ripetersi subito, nelle domeniche successive. Per quanto riguarda invece l’aspetto relativo alla gestione degli errori, si può dire che la cosa principale da fare è gestirli. Infatti, gli errori capitano, ma è importante riuscire a rimanere nel presente e a capire che la partita va avanti. Le cose che si sbagliano, infatti, devono essere cancellate ed analizzate solamente alla fine della partita. Se questo non succede, il rischio di far male per tutta la partita, entrando in un vortice di negatività, è molto probabile.

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Quanto può incidere in un giocatore il choking under pressure, ossia il crollo delle prestazioni per via della troppa tensione, nonostante ci siano tutte le possibilità di far bene in una gara?

Molte volte la tensione determina la prestazione di un giocatore, spesso si lavora tanto, si sa bene cosa fare, ma non ci si riesce. Questo perché la tensione fa irrigidire e fa perdere spontaneità. In condizioni normali, in allenamento ad esempio, senza tensione si farebbero altre scelte mentre, quando questa è troppa, si va in blocco. Ciò porta ad aumentare la possibilità degli errori, un giocatore teso non riesce mai ad esprimersi al 100%. La pressione non si può eliminare del tutto, ma si può far sì che il giocatore rimanga presente a sé stesso, riuscendo a fidarsi del lavoro svolto. È importante non farsi schiacciare dalle proprie ansie, dalla voglia di ottenere un risultato. Se il lavoro mentale è fatto in un modo sbagliato, la tensione può essere spesso alle stelle e questo può causare tanti problemi, anche durante la gara.

Quanto incide la teoria della facilitazione ed inibizione sociale di Zajonc (la presenza del pubblico influisce sulle performance dei calciatori in base alle loro abilità)?

Questa teoria incide veramente tantissimo. La presenza di altre persone, infatti, aumenta l’attivazione socio-psicologica. Nel calcio il giocatore che entra in uno stadio pieno aumenta la propria percezione del “saper fare”, perché attiva degli aspetti mentali per i quali riesce ad esaltarsi. Questo ovviamente solamente se il giocatore si sente sicuro di sé. C’è poi il rovescio della medaglia: se il giocatore è insicuro, la presenza del pubblico lo porta ad avere un aumento dell’ansia. Dunque, tutto dipende da quanto si è sicuri di sé e delle proprie abilità. Un aspetto molto importante è quello dei calci di rigore: un giocatore che ha una struttura mentale forte, pensa di aver fatto questo gesto tante volte e questo lo aiuta. Viceversa, un giocatore che ha una struttura mentale debole pensa agli errori che ha compiuto e ciò aumenta le possibilità di un nuovo errore.

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Quanto in ottica nazionale si è fatto sentire lo spettro delle mancate qualificazioni mondiali precedenti nel match contro la Bosnia?

I giocatori dell’Italia nella partita contro la Bosnia sono entrati in campo per cercare di ottenere la qualificazione dei mondiali, venendo però da due pesanti eliminazioni nel 2018 e nel 2022, sempre al play-off. La mente dei giocatori che scendono in campo, quindi, passa da: “andiamo a vincere e qualificarci”, alla paura di perdere. Questo cambia tutto. Nel concetto dell’andare a vincere infatti prevale il coraggio, nell’altro invece c’è più timore, paura nel provare le giocate e le azioni. Anche nell’epilogo finale dei rigori, poi, il gesto non è solamente tecnico ma è, anzi, soprattutto mentale.

Secondo la mental coach Giulia Giudice, la paura di fallire di nuovo ci ha condannati

L’Italia aveva una serie di giocatori più che sufficienti per qualificarsi, ma dal punto di vista mentale è andata in difficoltà da sola. Chiudendosi all’interno della propria metà campo, già nel primo tempo, subito dopo la rete dell’1-0, ha permesso alla squadra bosniaca di prendere fiducia. Dall’espulsione di Bastoni in poi, c’è poi stato un ulteriore aumento della paura e della conseguente spinta della Bosnia fino a subire il gol del pareggio. Possiamo dunque dire che la memoria fallimentare impatta, e anche molto. Quando ci si ritrova ad avere paura di fallire di nuovo, ecco che ciò è più probabile che accada. L’unica possibilità che si ha è quella di distruggere la memoria negativa, pensando a momenti positivi e di successo.

Ancora un grande grazie alla mental coach Giulia Giudice per aver risposto a tutte queste domande, cercando di chiarire varie curiosità su un lato fondamentale ma ancora oggi spesso ignorato, ovvero appunto quello della salute mentale dei giocatori.

Fonte immagini: foto fornite dall’intervistata

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