Il Napoli campione d’Italia, il trionfo dello scorso anno e la caduta

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4 maggio 2023: il Napoli campione d’Italia per la terza volta nella sua storia. Solo un anno fa circa Luciano Spalletti conduceva gli azzurri al trionfo tanto atteso dall’intera città e dal suo popolo nella serata di Udine. Una città che prima ha sognato in grande, ma che adesso vive un incubo. Non c’è modo di commemorare questo ricordo prima della partita di questa sera di scena proprio al Bluenergy Stadium.

Napoli campione d’Italia: un anno fa il trionfo di Spalletti

La festa del Napoli e il fischio finale di Udine, le parole di Decibel Bellini che annunciano il Napoli campione d’Italia 2022/2023 in una notte che ha un sapore di magico. Sono immagini, suoni e ricordi che risuonano nella mente, che tu sia il più appassionato dei napoletani o che tu sia un normale amante di questo sport. Quel Napoli inarrivabile lo scorso anno, sterminatore, la furia divina di una sirena che aveva deciso di risvegliare il suo potere e sbranare le avversarie. Partenope aveva trionfato e si era presa l’Italia.

La bellezza estetica spallettiana è centrale in questo percorso. Senza soffermarsi tanto su moduli o schemi, basta solo parlare dei suoi interpreti. L’ascesa di Kvaratskhelia, la potenza suprema di Kim in difesa e il killer instict di Victor Osimhen capocannoniere. Un altro ancora da citare è Lobotka, vero stratega lì nel mezzo del campo e trasformatosi in una sorta di Andrés Iniesta citando le parole di Spalletti. Infine il capitano, Di Lorenzo, da dopo l’Europeo con l’Italia è diventato leader (e lo è tutt’ora in un momento al limite del tragico).

È ovvio citare Cristiano Giuntoli (oggi alla Juve) e De Laurentiis, il presidente di cui adesso i napoletani sembrano chiedere la testa dopo questa stagione. Andati controcorrente chiudendo capitoli importanti come Insigne, Mertens e Koulibaly per chiamare dei volti nuovi, che già abbiamo citato. Partiti tra lo scetticismo generale, alla fine hanno vinto la loro scommessa.

Infine lui: Luciano Spalletti. Uno che ha saputo fondersi con un popolo intero e con la città. L’esperienza partenopea ha rivitalizzato un allenatore di cui forse stavamo dubitando troppo presto, scordandoci che era stato capace di portare l’Udinese in Champions; che la sua Roma era stata l’ultima vincente prima di Mourinho, di riportare l’Inter in Coppa dei Campioni dopo anni di assenza e infine questo scudetto. Di mezzo c’era stata quella parentesi, il secondo tragico Spalletti giallorosso, citando un capitolo della biografia di Totti Un Capitano, perché accusato di aver compromesso la fine della carriera della bandiera giallorossa.

Umorismo verace toscano, schiettezza e disciplina, durezza ed empatia. Questi sono stati gli elementi per creare una perfetta macchina da guerra. Equilibrio da vero capo machiavellico, Spalletti, che sappiamo tutti come è andata a finire, è stato un esemplare condottiero e tutt’ora la sua eredità è ancora senza un legittimo padrone – niente da fare per Garcia, Mazzarri e persino Calzona.

Napoli campione: cosa è cambiato rispetto a un anno fa?

Qualcosa è mutato, perché passare da un Napoli campione d’Italia a un Napoli confuso e in crisi è quasi al limite del fantozziano. Cosa è mancato e cosa è stato sbagliato in precedenza? De Laurentiis nella foga del trionfo parlava di puntare al dominio in campionato o almeno a una certa continuità. Sinonimo di essere sempre almeno tra le prime quattro e provare a lottare ogni anno per lo scudetto. In poche parole: aprire un ciclo vincente.

L’affermazione era la seguente: “Abbiamo iniziato un ciclo, dobbiamo ripetere, ripetere ripetere. Vincere, vincere, vincere“. Dopo queste affermazioni si può pensare a un peccato di hybris, termine greco che indica la tracotanza di chi presume la propria potenza e a cui spesso consegue una sorta di punizione divina; infatti dopo un anno De Laurentiis se ne esce così: “Chi pensava di vincere due volte di fila lo scudetto è un illuso“. Uscita che sa di volpe che non arriva all’uva e dice che è acerba.

Il Napoli quest’anno non ha mai partecipato alla lotta scudetto, nonostante a inizio stagione fosse veramente l’unica capace di competere con l’Inter per qualità della rosa, tenendo conto di un Milan rinnovato e di una Juventus in balia di Allegri e di una rosa non all’altezza. La scelta di Garcia è stata incomprensibile e parliamoci chiaro: il piano di De Laurentiis era quello di portare Italiano o Luis Enrique alla guida del Napoli. 

Garcia, Meluso, ADL: il banco degli imputati

Rudi Garcia arriva fino a Empoli con uno spogliatoio spaccato, privo di alcun sintomo di complicità con i giocatori. In sole 12 giornate di campionato nemmeno un big match vinto (Lazio, Milan, Fiorentina) e anche in Champions fatica. L’unica nota, forse, positiva della gestione Garcia: Raspadori con 4 gol e 2 assist tra campionato e coppa. L’errore principale del tecnico francese: cambiare la natura del Napoli. Spalletti per primo si era reso conto che questa squadra doveva giocare con il 4-3-3; Garcia ha voluto imporre il 4-2-3-1. Risultato: confusione, giocatori “snaturalizzati” e risultati poco convincenti. Empoli diventa la disfatta totale.

L’operato di Mazzarri viaggia tra il tragico, la nostalgia e il fantasma di Spalletti che aleggia sul Maradona. Supercoppa sfumata, confusione tattica e un mercato da cui arrivano nuovi elementi. Ngonge per il futuro, un Mazzocchi scomparso attualmente dai radar, una comparsa come Dendoncker per la panchina, e un Traoré poco incisivo.

Calzona ha riscontrato le stesse difficoltà e dopo la vittoria contro la Juve sembravano esserci segnali di vita in questa squadra, ma si è parlato troppo presto. Anche la Champions è stata salutata a causa del Barcellona. Un cammino attualmente molto discontinuo e qualche errore di troppo (solo 3 vittorie in 12 panchine). Partito come possibile nuovo allenatore sulla scia della collaborazione con Spalletti e Sarri, adesso la sua permanenza non è assolutamente certa.

Il vero problema non è stato tanto la scelta di Garcia, ma la mancanza di una figura mediatrice tra società e campo (allenatore e squadra). La mancanza di Giuntoli andava rimpiazzata con un nome all’altezza e Meluso ha deluso. Impossibile capire questa scelta e qui sta il peccato di presunzione di ADL, che ha deciso di prendere in mano la situazione, convinto di dimostrare di capirci più lui di molti altri e sottovalutando l’importanza di un direttore sportivo (vedi Marotta nell’Inter o Massara nel Milan del 2022). Rimpiazzare Kim con Natan è stato fallimentare, acquisti poco convincenti (vedi Lindstrom e Cajuste).

Ora si vedrà e si attenderà il da farsi. Intanto c’è da sperare di arrivare almeno in Conference o in Europa League, per poi attendere la scelta per la panchina. Si parla di Pioli, si parla di Gasperini e si parla di Conte, mentre si attende l’arrivo di Manna. Anche qui sarà una scommessa, ma con la partenza di Osimhen ci saranno molto denaro a disposizione per ricostruire il Napoli, perché il quarto scudetto non sia un miraggio, ma qualcosa di concreto a cui aspirare.

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