
Per il Pisa trentaquattro anni di attesa per tornare in Serie A, una sola stagione per tornarsene retrocesso in Serie B. Il Pisa ha salutato il calcio che conta stasera all’Arena Garibaldi, sconfitto 1-2 dal Lecce davanti al proprio pubblico, con tre giornate di anticipo rispetto alla fine del campionato. Una retrocessione matematica, definitiva, amara come poche. Il verdetto era nell’aria da settimane, quasi da mesi, ma quando arriva ufficialmente ha comunque il sapore di qualcosa che fa male. Soprattutto perché questa squadra, questo progetto, aveva tutto per fare meglio.
Con la sconfitta di stasera, il risultato porta anche con sé la retrocessione matematica del Verona, che scende in Serie B senza nemmeno scendere in campo questa sera. Due verdetti in una notte sola, entrambi dolorosi, entrambi già scritti da tempo. Ma quella del Pisa ha una dimensione diversa: perché il ritorno nella massima serie era stato vissuto come un evento storico, come la ricompensa di un percorso lungo decenni, e trasformarlo in una toccata e fuga di dodici mesi lascia una ferita che non si rimargina facilmente.
La partita del Pisa retrocesso: l’ultima chance sprecata
Il copione della serata ha riassunto perfettamente l’intera stagione nerazzurra in novanta minuti. Un primo tempo in cui il Pisa aveva giocato bene — aveva creato, aveva pressato, aveva messo più volte Falcone in difficoltà — senza riuscire a segnare. E una ripresa in cui il Lecce, con il cinismo di chi gioca per la propria sopravvivenza, aveva punito ogni disattenzione con la precisione di un bisturi.
Stojilkovic aveva avuto la palla della svolta al 16′: solo davanti a Falcone, tutto solo, ha spedito la palla sull’esterno della rete. Poi ancora lui al 21′, servito da Moreo, con Tiago Gabriel che si immolava sulla linea. Due occasioni nitide, due occasioni sprecate. E come accade puntualmente a questa squadra da mesi, il mancato gol si è trasformato in punizione immediata dall’altra parte.
Il Lecce passa al 52′ con Banda, bravo a raccogliere un pallone di Cheddira e a fulminare Semper in diagonale. Il Pisa pareggia subito con Leris, dando l’impressione di poter ancora ribaltare la situazione. Poi al 65′ Pierotti si fa cinquanta metri palla al piede senza che nessuno lo fermi, serve Cheddira che col destro chiude definitivamente i conti. Finisce 1-2. Fine della Serie A. Fine di un sogno durato appena una stagione.
Diciannove partite senza segnare: il dato che racconta tutto
Ci sono numeri che parlano da soli, senza bisogno di analisi o commenti. Quello più significativo di questa stagione del Pisa è il seguente: diciannove partite su trentacinque giocate senza segnare nemmeno un gol. Diciannove. In pratica più della metà del campionato.
È il dato peggiore dell’intera Serie A 2025-26. Non si tratta di una squadra che ha subito troppo, o che è stata sfortunata: si tratta di una squadra che per lunghi tratti del campionato non ha proprio avuto la capacità di mettere il pallone in fondo alla rete. Un problema strutturale, non episodico. E i numeri lo confermano: 18 gol segnati in trentacinque giornate, meno di uno ogni due partite. In Serie A, dove anche le squadre più difensive producono più di così, è semplicemente troppo poco per sopravvivere.
Il paradosso è che il Pisa non è una squadra che crea poco. Stasera ne è stata l’ennesima conferma: occasioni costruite, occasioni sprecate, gol mancati nei momenti decisivi. Il problema non è la mancanza di gioco ma la mancanza di un finalizzatore affidabile, di qualcuno capace di trasformare le opportunità in reti con la continuità necessaria per fare punti in Serie A. Stojilkovic, che doveva essere il riferimento offensivo principale, ha prodotto troppo poco. E il mercato invernale non ha portato quella soluzione al problema che sarebbe servita.
Gli acquisti sbagliati: il mercato estivo che non ha funzionato
Quando si analizza la retrocessione di una squadra, il mercato è sempre uno dei capitoli principali. E quello del Pisa ha avuto evidenti criticità, sia nelle scelte sia nella gestione delle risorse.
Il club si era presentato in Serie A con un budget non elevatissimo ma sufficiente per allestire una rosa competitiva per la salvezza, se speso con intelligenza. I problemi sono emersi nella qualità delle scelte. Sono arrivati giocatori con buone credenziali sulla carta Aebischer, Iling-Junior in prestito, Cuadrado come profilo di esperienza ma che nel complesso non hanno mai trovato la continuità di rendimento necessaria. Iling-Junior in particolare era stato presentato come un possibile fattore di qualità sulle fasce, ma ha collezionato presenze frammentate senza mai incidere davvero.
Il colpo più incomprensibile in retrospettiva è stata la mancata risoluzione del problema del gol durante il mercato invernale. A gennaio, con la squadra già in difficoltà e i numeri offensivi già chiaramente insufficienti, il Pisa non è riuscito a portare a casa un attaccante di livello adeguato. Una finestra di mercato gestita con troppa prudenza, o con risorse troppo limitate, che ha finito per condannare il club a proseguire con gli stessi limiti che aveva già mostrato nel girone di andata.
Va detto anche che alcuni acquisti erano potenzialmente buoni ma sono stati gestiti male in termini di condizione fisica e integrazione tattica. Cuadrado, che avrebbe dovuto portare esperienza e qualità, ha avuto un impatto quasi nullo. Un profilo di 35 anni che gioca poco e fatica a stare nei novanta minuti non risolve i problemi di una squadra che lotta per non retrocedere.
Il cambio in panchina che non ha cambiato niente
La storia dei cambi di allenatore nelle squadre in difficoltà raramente finisce bene. E quella del Pisa in questa stagione ne è l’ennesima conferma.
Alberto Gilardino era partito con l’obiettivo dichiarato di costruire qualcosa di solido nella massima serie. Ma i risultati non erano arrivati: troppi gol subiti, troppo pochi segnati, una squadra che faticava a tenere ritmi e intensità di una categoria superiore. Il suo esonero era arrivato con la squadra già in una situazione complicata, con pochi punti e la zona salvezza sempre più lontana.
Al suo posto era arrivato Oscar Hiljemark, allenatore svedese con un profilo diverso, scelto per provare a dare una scossa tattica e mentale a un gruppo che sembrava aver esaurito le idee. Peccato che la scossa non sia mai arrivata. Con Hiljemark il Pisa ha raccolto una sola vittoria, un pareggio e nove sconfitte. Non un bilancio che lascia spazio a interpretazioni. Alla fine, il cambio in panchina si è rivelato inutile non perché Hiljemark sia un cattivo allenatore, ma perché i problemi strutturali della rosa erano già troppo profondi per essere risolti con un semplice cambio di guida tecnica.
Trentaquattro anni di attesa, dodici mesi in A: un ritorno storto
C’è una dimensione quasi crudele in questa retrocessione che va al di là della classifica e dei punti. Il Pisa era tornato in Serie A dopo trentaquattro anni. Non è un dato banale: trentatré stagioni di attesa, generazioni di tifosi che non avevano mai visto la loro squadra nella massima serie, un intero territorio che aveva vissuto la promozione dello scorso anno come qualcosa di straordinario.
L’Arena Garibaldi si era riempita per ogni partita casalinga, la città si era riaccesa di entusiasmo, le maglie nerazzurre avevano di nuovo un peso specifico diverso. E tutto questo era durato una sola stagione. Dodici mesi. Trentacinque giornate. Poi di nuovo in Serie B, da dove si era venuti e dove probabilmente si ripartirà cercando di costruire qualcosa di diverso.
La storia del calcio italiano è piena di questo tipo di parabole: squadre che salgono dopo lunghe attese e ridiscendono quasi subito, perché il salto di qualità necessario per restare in Serie A non è mai solo una questione di punti in classifica, ma di risorse, di struttura, di mercato, di capacità di competere su un livello completamente diverso. Il Pisa non è stato all’altezza di questo salto, e stasera ha pagato il conto.
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