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Slovacchia, il ciclo di Calzona si chiude: un viaggio oltre le aspettative

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Slovacchia, il ciclo di Calzona si chiude: un viaggio oltre le aspettative

L’avventura di Francesco Calzona sulla panchina della Slovacchia è giunta al capolinea. Una separazione che, per quanto maturata negli ultimi mesi, lascia comunque una sensazione particolare: quella di un percorso importante, costruito passo dopo passo, che si chiude dopo aver toccato vette inattese ma anche dopo una delusione difficile da digerire. La mancata qualificazione al Mondiale , arrivata attraverso il doloroso passaggio dei playoff, ha rappresentato il punto di svolta definitivo. Da lì, la decisione di non proseguire, di non rinnovare, e di guardare avanti verso nuove opportunità.

Per capire davvero il significato di questo addio, bisogna però fare un passo indietro e ripercorrere la storia di Calzona. Una storia tutt’altro che banale, fatta di sacrifici, gavetta e crescita costante. Prima ancora di diventare allenatore, Calzona è stato un calciatore, seppur lontano dai riflettori del grande calcio. La sua carriera si è sviluppata prevalentemente in Toscana, tra categorie minori, in un contesto dove il calcio è passione pura, lontano dal glamour e dalle pressioni dei grandi palcoscenici. Un’esperienza che, col senno di poi, ha rappresentato una palestra fondamentale per il suo futuro.

Terminata la carriera da giocatore, Calzona decide di intraprendere quella da allenatore, partendo dal basso, come spesso accade a chi vuole costruire qualcosa di solido. La sua prima esperienza significativa arriva alla Castiglionese, in Promozione Toscana. È lì che inizia a farsi le ossa, a studiare, a sperimentare, a capire cosa significhi davvero stare dall’altra parte, quella della panchina. Ma il vero punto di svolta arriva quando incrocia la strada di Maurizio Sarri.

Calzona-Slovacchia, una bellissima storia 

Con Sarri nasce un sodalizio professionale che segnerà profondamente la carriera di Calzona. Diventa suo vice e lo segue in diverse tappe fondamentali: Avellino, Hellas Verona, Perugia, Empoli e poi soprattutto Napoli, dove il lavoro dello staff raggiunge livelli altissimi. In quegli anni, Calzona si forma a contatto con un’idea di calcio precisa, codificata, quasi maniacale nei dettagli. Un’esperienza che gli permette di crescere non solo dal punto di vista tattico, ma anche nella gestione del gruppo e delle dinamiche di alto livello.

Non solo Sarri, però. Nel corso della sua carriera da collaboratore e vice, Calzona ha avuto modo di lavorare anche in contesti diversi, senza il suo mentore, accumulando esperienze in piazze come Sorrento, Cagliari, Alessandria e Grosseto. Tappe che, pur meno sotto i riflettori, hanno contribuito ad arricchire il suo bagaglio e a renderlo un profilo sempre più completo.

Il ritorno a Napoli nella stagione 2021-2022 rappresenta un altro momento chiave. Questa volta non come vice di Sarri, ma come collaboratore tecnico nello staff di Luciano Spalletti. Un contesto diverso, con un’altra filosofia di gioco, che gli permette di ampliare ulteriormente le proprie conoscenze.

La prima grande chance  

È proprio al termine di quella stagione che arriva la chiamata che cambia tutto: la Slovacchia lo sceglie come commissario tecnico. Una proposta prestigiosa, ma anche una grande responsabilità. Per Calzona si tratta della prima esperienza da capo allenatore ad alto livello, alla guida di una nazionale. Una sfida tutt’altro che semplice, in un contesto nuovo, con dinamiche diverse rispetto al calcio di club. Eppure, fin da subito, riesce a lasciare il segno.

Il suo lavoro con la Slovacchia è stato, sotto molti aspetti, sorprendente. Calzona è riuscito a dare un’identità alla squadra, a trasmettere idee chiare e a valorizzare un gruppo che, sulla carta, non partiva tra i favoriti. Il risultato più evidente è la qualificazione al Campionato Europeo del 2024, un traguardo importante, raggiunto con merito.

La chiamata del Napoli

Un ulteriore capitolo significativo nel percorso recente di Francesco Calzona riguarda l’esperienza vissuta nel 2024 sulla panchina del Napoli. In una situazione piuttosto particolare, Calzona viene chiamato come traghettatore a stagione in corso, a metà febbraio, pur essendo già commissario tecnico della Slovacchia. Una scelta non comune, che testimonia la fiducia del club nei suoi confronti e la necessità di trovare una figura capace di ridare ordine a una squadra in evidente difficoltà.

Il contesto, però, era tutt’altro che semplice. Il Napoli arrivava da mesi complicati, segnati da risultati negativi, cambi di guida tecnica e una generale perdita di identità rispetto alla stagione precedente. Calzona si è trovato quindi a gestire una situazione già compromessa, con poco tempo a disposizione per incidere realmente e con una squadra in crisi sia dal punto di vista mentale che tattico.

I risultati, infatti, non sono stati all’altezza delle aspettative e la stagione si è conclusa con un deludente decimo posto in classifica. Un piazzamento lontano dagli standard del club e dalle ambizioni iniziali, ma che va analizzato nel contesto in cui è maturato. Calzona, arrivato in corsa e senza la possibilità di lavorare su una preparazione completa, ha avuto margini limitati di intervento.

Per questo motivo, le responsabilità del tecnico calabrese sono da considerarsi relative. La crisi del Napoli era già profonda prima del suo arrivo, e il suo compito era più quello di gestire l’emergenza che di costruire qualcosa di nuovo. Un’esperienza breve e complicata, che però ha aggiunto un ulteriore tassello al suo percorso, confermandone la disponibilità a mettersi in gioco anche in contesti difficili e ad alta pressione.

Un grande Europeo

Ma non solo. Durante la fase finale dell’Europeo, la Slovacchia riesce addirittura a superare le aspettative, conquistando l’accesso agli ottavi di finale. Un risultato che certifica il lavoro svolto e che proietta Calzona sotto una luce ancora più positiva. L’eliminazione arriva contro l’Inghilterra, ma lo fa in modo beffardo: la Slovacchia era in vantaggio fino a pochi minuti dalla fine, prima di essere raggiunta e poi superata ai tempi supplementari. Una partita che resta negli occhi e che, per certi versi, rappresenta l’apice del percorso.

Dopo quell’estate, però, qualcosa cambia. Le aspettative crescono, così come le pressioni. La stagione successiva non riesce a replicare gli stessi risultati e il percorso verso il Mondiale si interrompe nel modo più doloroso possibile: ai playoff. Una sconfitta che pesa, che lascia strascichi e che inevitabilmente porta a delle riflessioni. È in questo contesto che matura la decisione di non proseguire. Calzona sceglie di non rinnovare, di chiudere un ciclo che, nel bene e nel male, ha lasciato il segno. Una scelta che non sembra dettata solo dai risultati, ma anche dalla volontà di intraprendere una nuova avventura, di mettersi nuovamente in gioco in un contesto diverso.

Le voci sul suo futuro non mancano. Il nome di Calzona circola sia in ambito di nazionali, sia soprattutto tra i club. Ed è proprio questa seconda ipotesi a sembrare la più affascinante. Dopo anni passati come collaboratore e dopo l’esperienza da CT, potrebbe essere arrivato il momento di guidare una squadra di club da primo allenatore, con un progetto costruito attorno alle sue idee.

La decisione di lasciare la Slovacchia, in questo senso, può essere letta anche come un segnale: Calzona sa di avere delle opportunità, sa di poter ambire a una nuova sfida e ha scelto di farsi trovare pronto. Non è una scelta semplice, perché lasciare una nazionale dopo averla portata a risultati importanti comporta sempre dei rischi. Ma è anche il segno di un allenatore che ha fiducia nel proprio percorso.

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