
Li conosceva, in loro aveva fiducia. Li ha cresciuti e visti crescere nei rispettivi club. Luis De la Fuente con la Spagna ha poi vinto, dalle giovanili fino ad arrivare sul tetto del mondo. Un traguardo raggiunto con il lavoro e la pianificazione. Un lavoro sviluppato sulle motivazioni e le caratteristiche dei suoi giocatori, all’interno di un sistema capace di esaltare le personalità all’ombra delle stelle più attese.
Il lavoro di De la Fuente per la Spagna Campione del Mondo
Cercando il piccolo paese di Haro in rete, l’unica informazione degna di nota sulla sua pagina Wikipedia è che nel 1961 ci è nato Luis de La Fuente Castillo, l‘uomo che ha portato la nazionale maschile della Spagna a vincere la Coppa del Mondo. La seconda stella, la Roja se l’è cucita addosso con merito, dominando ogni partita del torneo persino contro la favorita Francia e l’Argentina detentrice del titolo.
Il momento in cui capitan Rodri ha alzato la coppa al cielo è un traguardo che parte da lontano. Il finale sperato di una maratona iniziata nel 2013, quando De la Fuente veniva nominato CT dell’Under 19 spagnola. Proseguita poi con la medaglia d’argento conquistata a Tokyo nel 2021. Nessuno dei ragazzi di quel gruppo da podio in Giappone, poteva sapere che un giorno si sarebbe laureato campione del mondo. In quella Spagna olimpica già si era formata, all’oscuro del mondo intero, l’ossatura della grande Spagna della seconda stella: Unai Simón, Marc Cucurella, Martín Zubimendi, Mikel Merino, Mikel Oyarzabal, Pedri e Dani Olmo. Il talento generale di quel gruppo era evidente, ma in quanti si perdono lungo il percorso?
Perché è stata la Spagna di De la Fuente
La sua maratona De la Fuente l’ha iniziata però da solo, da quel paese con poco più di 12mila abitanti. Un piccolo borgo in festa per la vittoria di un figlio finito con pazienza e garbo all’apice del mondo calcistico. L‘Europeo vinto nel 2024 è stato quello delle frecce Nico Williams e Yamal, il Mondiale 2026 è stato per una serie di motivi il torneo della Spagna e del suo allenatore. In primo luogo, la forma fisica non ottimale delle due ali ha portato la Spagna ad affidarsi ai suoi difensori, persino offensivamente. Le grandi armi tattiche della squadra sono state infatti gli inserimenti di Pedro Porro (due gol in questo Mondiale) e il mancino di Cucurella, puntuale con e senza palla. Per non parlare dell’aggressività dei centrali Laporte e Cubarsí, quest’ultimo miglior giovane del Mondiale.

Ci sono poi i gol di Oyarzabal e Ferran Torres. Questi, rappresentano il secondo motivo per cui De la Fuente è stato riconosciuto a livello globale. I due attaccanti spagnoli presi singolarmente, non potrebbero avere posto nella squadra più forte del mondo. Eppure, la squadra più forte del mondo li ha resi all’altezza del compito. Il trionfo della Spagna è stato un successo di sistema. Idee chiare e plasmate in parte sulle caratteristiche dei giocatori.
Gli attaccanti che non ti aspetti
Oyarzabal ha dimostrato a tutti di essere il più sottovalutato della propria nazionale. Capocannoniere della squadra, in questo Mondiale è stato l’emblema della fluidità posizionale della Spagna. Con lui, Dani Olmo, già celebrato dalle redazioni di tutto il mondo con il suo Barcellona. Ferran Torres è invece una delle storie più belle del torneo. Criticato in patria per alcuni appannamenti sotto porta, il giocatore blaugrana ha vissuto l’intero mondiale aggrappato all’idea che un gol avrebbe cambiato la percezione delle sue qualità. Un modo per dimostrare di valere, prendersi la patente di giocatore decisivo. Una soddisfazione che Ferran ha cercato in tutti i modi fino al gol in finale, a quell’esultanza così goffa nella ricerca della teatralità. Lo stupore di chi non ci credeva più. A fare la Storia non sei mai preparato, ci finisci e basta.
Il portiere: la scelta più identitaria di De la Fuente
Se gli attaccanti hanno partecipato alla produzione di gol, c’è chi invece ha evitato che la Spagna ne potesse subire. Unai Simon è stato premiato come miglior portiere del Mondiale dopo un anno complicato con l’Athletic Bilbao. Un’altra storia di riscatto personale, un altro giocatore salito alla ribalta grazie al suo allenatore. Preferito a Raya, campione d’Inghilterra nell’ultima stagione con l’Arsenal, l’estremo difensore basco aveva addosso gli occhi di chi non riusciva a capacitarsi della sua titolarità. Come spesso accade, Unai Simon ha risposto sul campo, dissipando qualsiasi dubbio. Architrave del rischioso sistema spagnolo, il portiere dell’Athletic Club ha permesso alla Spagna di essere aggressiva e offensiva, grazie al tempismo formidabile nelle uscite fuori dall’area. Un’altra scelta indovinata del CT spagnolo, sicuramente la più identitaria.
L’allenatore della Spagna è la dimostrazione di come il calcio sia innanzitutto un gioco di squadra. Un esempio di modernità nel solco della tradizione. La conferma di come la continuità sia quasi sempre la strada giusta per raggiungere i successi. Poteva essere il Mondiale di Yamal o di altri singoli, è stato il trionfo della Spagna. Quella della seconda estrella, la nazionale di Luis de la Fuente Castillo.
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