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Juventus, anche i leader in crisi: troppe involuzioni che non aiutano i bianconeri

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Juventus, anche i leader in crisi: troppe involuzioni che non aiutano i bianconeri

Prestazioni orripilanti, errori mostruosi, apatia sconcertante e una mancanza di idee preoccupante. Il recente andamento della Juventus sta assumendo tratti sempre più horror, al punto che Halloween sembra sia arrivato con un po’ troppe settimane di anticipo nella Torino bianconera. Questo contesto particolarmente complicato ha prodotto in serie performance sconfortanti e risultati davvero poco favorevoli, che non hanno fatto altro che gettare nuovamente dirigenza, squadra e allenatore nel baratro della contestazione di tutto l’ambiente. Dei tanti sintomi elencati all’inizio, le cause sono ovviamente le più disparate e difficilmente trattabili come monadi isolate. Tuttavia, c’è un aspetto che risulta evidente di partita in partita e che merita attenzione: la crisi dei leader di questa Juventus.

Alcuni dei giocatori che per longevità al servizio della Vecchia Signora, meriti individuali o semplicemente per costanza di rendimento hanno rappresentato in questi anni difficili quei pochissimi appigli tecnici cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà, hanno subìto una pericolosa involuzione. Dal punto di vista meramente statistico o per quanto visto in campo, insomma, i trascinatori – al netto di alcuni assenti per problematiche fisiche come Locatelli e Yildiz – sembrano aver perso il bandolo della matassa, facendosi risucchiare nel calo e nella passività generali. Scopriamo di chi si tratta.

Juventus, i leader caduti nell’involuzione

Leggendo i dati delle gare della Juventus, appare evidente come in tutte le zone del campo ci siano una serie di disconnessioni croniche che generano problemi nell’atteggiamento generale. Uno dei dati più significativi riguarda però quello dei gol incassati: 8, mai così tanti dalla stagione 2021/2022 dopo 7 giornate di campionato. Già da questo indizio s’intuisce facilmente che una delle crisi in casa Juventus riguarda i leader difensivi. Ed iniziamo da un giocatore che da quando è arrivato in bianconero si è sempre distinto per costanza d’impegno e generosità, senza disdegnare qualità e anche un discreto contributo statistico che mai aveva garantito nelle sue esperienze precedenti.

Il caso Kalulu: che ne è del motore della fascia destra?

Parliamo di Pierre Kalulu, lo stakanovista della Vecchia Signora, simbolo di un calcio meritocratico che premia la dedizione, il lavoro e l’applicazione. Il francese, arrivato a Torino con un po’ di scetticismo vista l’avventura discontinua al Milan, ha saputo guadagnarsi il proprio spazio a suon di prestazioni positive, ma anche grazie ad un’importante duttilità tattica. Non a caso, sono cambiati diversi allenatori in questi anni, ma lui è stato sempre un perno chiave per chiunque. La testimonianza della bontà del suo rendimento è chiaramente espressa dall’incapacità di rinunciare a lui, se non per questioni legate a squalifiche o acciacchi fisici. E perfino quest’anno con l’arrivo di Çelik, il posto sulla destra – da braccetto o laterale – ha sempre avuto lo stesso unico padrone. Insomma, parliamo di un leader conclamato di questa Juventus e a ben d’onde, contando anche alcuni (e non pochi) gol in momenti chiave del campionato.

Juventus, anche i leader in crisi: troppe involuzioni che non aiutano i bianconeri

Tuttavia, in questi primi mesi della nuova stagione, qualcosa sembra andare storto. Kalulu ha mantenuto la titolarità, ma il livello delle sue prestazioni è calato e non poco. Diverse difficoltà difensive (la sconfitta di Reggio Emilia ne è l’esempio più lampante) e una minore intraprendenza offensiva hanno reso il francese una risorsa molto meno efficiente rispetto al recente passato. Timido e insicuro nei duelli, con errori elementari nel piazzamento con la linea e una minore determinazione nella spinta offensiva (spesso frenata anche dalle rotazioni nel ruolo di esterno offensivo, che gli fanno venir meno un partner gradito come Conceição, più congeniale alle sue proverbiali sovrapposizioni) stanno privando la Juventus di un carburante fondamentale sulla corsia, foriero fino a qualche tempo fa di gol, assist e un indice di pericolosità costantemente elevato.

Il leader del reparto arretrato: parole forti, ma i fatti?

Rimanendo in tema retroguardia, non possiamo non citare Gleison Bremer, salito ulteriormente alla ribalta in seguito alle sue dichiarazioni post ko con la Lazio. Parole forti quelle del brasiliano, che inevitabilmente sottolineano la sua posizione di leader di questa Juventus, in campo e nello spogliatoio, ma che finiscono un po’ per stridere con quanto sta proponendo sul rettangolo verde. Giusto richiamare i compagni ad un’analisi introspettiva per riconoscere alcune debolezze da affrontare e passi anche la sua autocandidatura a possibile panacea emotiva di un gruppo spento. Però, chi è senza peccato, scagli la prima pietra. E Bremer è una pietra, anzi, un pilastro, una colonna portante di questa squadra, ma nelle ultime settimane il suo carisma tecnico sta latitando. 

Come tutto il pacchetto arretrato, il giocatore carioca sta sicuramente pagando dal punto di vista tattico l’assenza di uno scudo come Locatelli, la cui capacità di proteggere l’ultima linea non ha trovato un degno rimpiazzo in nessuno dei restanti centrocampisti bianconeri. Ed è inevitabile, allora, che una difesa maggiormente esposta alle folate offensive avversarie finisca per cadere più spesso in errore. Le sconfitte contro Sassuolo e Lazio hanno mostrato un giocatore lento nelle letture, sempre bravissimo e dominante nei duelli fisici, ma spesso incerto e confuso sul da farsi e incapace di garantire quella sicurezza a cui aveva abituato.

Juventus, anche i leader in crisi: troppe involuzioni che non aiutano i bianconeri

Ma ciò a cui stiamo assistendo è solo la continuazione di un periodo negativo che affonda le proprie radici nel disastroso finale della scorsa stagione, quando la fragilità difensiva prima ed emotiva poi della squadra è costata alla Juventus il quarto posto, pur contro formazioni che non avevano più nulla da chiedere al campionato. E un leader come Bremer sa bene (o meglio, dovrebbe saperlo) che è nei momenti che contano, in quelli che scottano che devono emergere quelle qualità in più che prescindono dagli aspetti tecnici e tattici. È qui che bisogna alzare il livello e la mentalità, specialmente quando millanti di voler vincere trofei. Ma così non è stato e non è neanche al momento. Le parole vanno bene, ma i fatti pesano di più.

McKennie: da leader della Juventus a emblema della confusione

Concludiamo questa nostra disanima sull’involuzione dei leader della Juventus con il simbolo della decadenza della classe operaia. Weston McKennie è riuscito in questi anni a far ricredere scettici e detrattori, divenendo una figura tecnica e tattica imprescindibile per questa squadra. Centrocampista completo dal punto di vista della versatilità, in grado di giocare ovunque e bene. Per non parlare dell’intelligenza e dei movimenti negli spazi, per sé o per i compagni, corredati di numeri importanti in fase realizzativa. Il classico jolly non appariscente per qualità superbe, ma di una concretezza e affidabilità che non si possono quantificare con nessuna unità di misura.

Anche in questo caso, però, ci troviamo ad assistere ad un brusco calo. Il rientro dal Mondiale da infortunato non ha di certo aiutato il texano, che nelle ultime settimane è tornato comunque in una condizione accettabile. A non convincere affatto, invece, sono – insolitamente – le sue prestazioni. La confusione generale in cui versa la squadra sotto il profilo organizzativo sta mettendo in crisi anche l’eclettismo dell’ex Schalke 04. Non soltanto latita il suo contributo statistico (fermo ad un solo assist in Europa League), ma ciò che preoccupa è l’attuale mancanza nel garantire qualità e sostanza nei diversi compiti richiestigli.

Juventus, anche i leader in crisi: troppe involuzioni che non aiutano i bianconeri

Esterno a destra, a sinistra, trequartista, entrambi i ruoli nella stessa partita a seconda della fase di gioco. E, dulcis in fundo, anche playmaker, come nei minuti finali contro la Lazio. A McKennie continua a essere richiesto di tutto dal punto di vista tattico. E il ragazzo non batte ciglio, prodigandosi per quanto può. Tutto per il bene della squadra, mai per esaltare il suo ego. Perché anche questo è essere leader. Tuttavia, a un certo punto, l’essere umano riemerge sul tuttofare e così finisce che anche un giocatore così prezioso vada totalmente in tilt, fallendo lì dove fino a qualche tempo fa eccelleva alla grande.

Juventus: la crisi dei leader è solo una goccia nel mare

Come dicevamo all’inizio, le cause (anzi, le concause) delle problematiche della Vecchia Signora non possono essere trattate come un mero elenco di elementi assoluti tra loro. Tutte le situazioni sollevate dall’ambiente, dagli addetti ai lavori o dai tifosi costruiscono un amalgama unitario e complesso, che non può essere scisso con discorsi troppo semplicistici. È per questo che l’involuzione di alcuni dei leader storici dell’era contemporanea non è altro che una goccia nel mare di negatività che circonda la Juventus. Una delle cause, che al tempo stesso è anche effetto di tutto il periodo difficile che la squadra sta vivendo.

Certo, è nei momenti di difficoltà che i giocatori (e gli uomini) di una certa caratura dovrebbero emergere per fare di più. Aiutare i compagni e l’allenatore, diventare esempi positivi in campo e nello spogliatoio per risollevarsi. Al momento ciò non sta avvenendo, ma è inevitabile che per ripartire la Vecchia Signora necessiti dei suoi scudieri più affidabili. Altrimenti c’è il serio rischio dell’ennesimo fallimento tecnico in cui a pagare finisce per essere la medesima figura. E poi? Cambiare ancora, affinché nulla cambi? Una scelta che la Juventus non può assolutamente più permettersi a stagione in corso.

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