
Il ritiro di Aaron Ramsey segna la fine di una carriera lunga, complessa e per certi versi sottovalutata, fatta di grandi picchi tecnici ma anche di ostacoli che ne hanno limitato la continuità: a 35 anni, dopo quasi due decenni nel calcio professionistico, il centrocampista gallese ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo. Chiudendo un percorso iniziato giovanissimo e sviluppatosi tra alcuni dei club più importanti d’Europa. Cresciuto calcisticamente nel Cardiff City, Aaron Ramsey si impose presto come uno dei talenti più promettenti della sua generazione.
Il salto decisivo arrivò con il trasferimento all’Arsenal, dove ha vissuto il periodo più significativo della sua carriera. A Londra, sotto la guida di allenatori come Arsene Wenger, il gallese si è trasformato in un centrocampista completo, capace di abbinare qualità tecnica, inserimenti senza palla e un senso del gol non comune per il suo ruolo. I numeri e i trofei conquistati con i Gunners raccontano bene il suo impatto: tre FA Cup e tre Community Shield. Ma soprattutto la sensazione di essere stato uno dei protagonisti di una squadra che, pur non dominando in campionato, ha saputo lasciare il segno nelle coppe.
Ritiro Ramsey: prima l’Arsenal, poi la Juventus: il calcio ha dato tanto al talento gallese
Uno dei momenti più iconici della sua esperienza all’Arsenal resta senza dubbio la finale di FA Cup del 2014, in cui il suo gol decisivo pose fine a un lungo digiuno di trofei per il club londinese. Ramsey, in quel periodo, sembrava destinato a consacrarsi definitivamente tra i migliori centrocampisti europei. Ma la sua carriera è stata spesso frenata da problemi fisici che ne hanno interrotto la continuità proprio nei momenti migliori. Dopo dieci anni a Londra, il passaggio alla Juventus rappresentò una nuova sfida, ma anche un punto di svolta meno brillante del previsto.
Arrivato a parametro zero in una squadra in fase di rinnovamento, Ramsey non riuscì mai a imporsi con continuità. Complice una condizione fisica altalenante e un contesto tattico in evoluzione. Nonostante ciò, contribuì comunque alla conquista di uno Scudetto, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana. Tra i ricordi più positivi della sua esperienza bianconera resta una prestazione decisiva contro l’Inter, in una partita a porte chiuse durante il periodo pandemico, in cui segnò e fornì un assist determinante. Terminata l’avventura italiana, la carriera di Ramsey ha assunto i contorni di un viaggio tra diverse realtà calcistiche.
Un continuo sali e scendi fino ai troppi infortuni
Le esperienze con i Rangers, il Nizza e il ritorno al Cardiff hanno rappresentato tappe di un percorso sempre più condizionato dagli infortuni. Fino alla breve parentesi con i Pumas UNAM, conclusasi dopo appena sei presenze. Proprio quest’ultima esperienza ha preceduto la decisione definitiva di ritirarsi, maturata dopo mesi di riflessione. Se a livello di club Ramsey ha vissuto alti e bassi, è con la nazionale gallese che ha lasciato un’impronta indelebile. Con ottantasei presenze e 21 gol, è stato uno dei simboli del Galles moderno. Contribuendo in maniera decisiva alla storica semifinale raggiunta a Euro 2016 e alla qualificazione al Mondiale 2022, traguardo che mancava da oltre sessant’anni.
La sua leadership tecnica e carismatica ha rappresentato un punto di riferimento per un’intera generazione di calciatori gallesi. Nel suo messaggio di addio, Ramsey ha voluto sottolineare proprio il legame con la nazionale e con i tifosi. Evidenziando quanto l’esperienza con il Galles abbia rappresentato il cuore della sua carriera. Un percorso condiviso con compagni e staff, ma soprattutto con un pubblico che lo ha sempre sostenuto. Nei momenti di gloria come in quelli più difficili.
Ramsey e un ritiro sofferto: al calcio ha lasciato l’eleganza e anche una “maledizione”
Accanto agli aspetti sportivi, nel corso degli anni si è sviluppata attorno alla figura di Ramsey anche una curiosa narrazione legata alla cosiddetta “maledizione”, secondo cui alcuni suoi gol sarebbero stati seguiti dalla morte di personaggi celebri. Si tratta di una coincidenza diventata virale e spesso citata con ironia. Ma che ha avuto un peso marginale rispetto alla reale dimensione della sua carriera, fatta di impegno, talento e professionalità.
Guardando nel complesso il suo percorso, emerge il profilo di un calciatore che ha saputo esprimere momenti di altissimo livello, pur senza riuscire a mantenere una continuità tale da consacrarlo definitivamente tra i migliori al mondo. Gli infortuni hanno inciso in maniera significativa. Interrompendo spesso il suo slancio nei momenti cruciali, ma non hanno cancellato quanto di buono ha mostrato soprattutto negli anni all’Arsenal e con la nazionale.
Il ritiro di Aaron Ramsey rappresenta quindi la chiusura di un capitolo importante per il calcio gallese e per tutti gli appassionati che ne hanno apprezzato le qualità. Rimane il ricordo di un centrocampista elegante, intelligente e capace di incidere nei momenti che contano. Oltre all’eredità lasciata in una nazionale che, anche grazie a lui, ha riscoperto ambizioni e orgoglio.
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