
Che la stagione del Milan potesse essere nuovamente negativa, lo si era capito quando Gerry Cardinale aveva scelto prima l’allenatore, ossia Ruben Amorim, e poi tutto il resto dell’organigramma societario. Il tutto, solo a giugno inoltrato. Ovvero circa un mese dopo il tracollo col Cagliari all’ultima giornata, che sancì l’esclusione dalla Champions League, e il conseguente azzeramento di tutta l’area tecnica. Un ritardo inaccettabile, per una società che vuole ancora professarsi “grande”. Ma che di “grande”, ormai, ha davvero ben poco. O forse, proprio nulla. A cominciare dallo sciagurato (fino ad ora) allenatore che siede sulla sua panchina.
Milan, Amorim il “distruttore”: prima promuove il mercato, poi lo disintegra
Mai come quest’anno, per la prima volta, Gerry Cardinale si è effettivamente esposto in prima persona nelle scelte tecniche del Milan. A partire dall’allenatore, quel Ruben Amorim voluto così fortemente da essere appena la quarta scelta, dopo Iraola, Glasner e Jaissle. In ogni caso, la fiducia nella scelta dell’ex Manchester United è stata comunque suffragata dai fatti. Perché al contrario di ciò che il portoghese ha affermato nel prepartita della sfida contro il Benfica (“Non ho tutti giocatori ideali per me, non ho le caratteristiche perfette […]”), la rosa è stata costruita seguendo le sue indicazioni: l’acquisto del deprimente Gonçalo Ramos è stato voluto fortemente dall’allenatore; l’innesto di Mario Gila in difesa ha ricevuto il suo pieno benestare; la richiesta di investire su Diego Moreira è partita dallo stesso tecnico. Persino lo spaesato Hutchinson è stato un nome avanzato da Amorim. Tanto che, nella conferenza della vigilia della sfida con la Juventus, lo stesso tecnico si era sbilanciato così: “Mercato? Per me è da 10”.
Innesti per circa 200 milioni di euro, bruciati tutti con una semplice frase. Ma è finita qui? Ovviamente no. Perché c’è anche il capitolo cessioni e permanenze a Milano. Silurati Fofana, Athekame, Nkunku, Leao, Ricci e Gimenez, il filosofo lusitano ha optato per il rilancio di alcuni elementi precedentemente epurati da San Siro. A partire da Musah e Chukwueze, su cui probabilmente fino ad ora ha anche avuto ragione. Ma ci sono un paio di casi che danno la reale dimensione di questa situazione tragicomica.
Il primo riguarda Pervis Estupinan. Per il club, un esubero già venduto all’Aston Villa. Per l’allenatore, un profilo da valutare ulteriormente. Risultato: offerta ritirata, permanenza forzata. E i risultati di questa scelta si sono visti nel primo tempo dell’Olimpico contro la Lazio: due gol subiti grazie a due dormite colossali dell’ecuadoriano.
Il secondo, invece, è Fikayo Tomori. Prima messo fuori rosa perché non consono all’idea di calcio dell’allenatore, dopo una fallimentare ricerca di una sistemazione viene reintegrato, ma sempre ai margini del progetto (contro il Benfica gli è stato preferito persino il derelitto Terracciano). Una gestione semplicemente dilettantesca.
Formazioni sbagliate, confusione, presunzione: la ricetta del Milan di Amorim
Dal mercato, si passa al campo. E sebbene il Milan sia imbattuto in campionato, con 8 punti in 4 partite (di cui 3 trasferte con Torino, Juventus e Lazio), la sensazione generale è quella di un allenatore ancora in totale confusione. O forse, persino presuntuoso. Perché in tutte le cinque uscite stagionali, Amorim ha sempre sbagliato la formazione iniziale. Dando fiducia a elementi semplicemente inadeguati (vedi Estupinan e Loftus-Cheek) e lasciando in panchina giocatori di spessore, personalità e qualità (Pulisic, Moreira, spesso e volentieri anche Rabiot). Un costante ricorso al turnover francamente incomprensibile, visto che siamo ancora a inizio stagione.
E che ha costretto la squadra rossonera a un’affannosa rincorsa sempre nella ripresa, a sopperire alle carenze dei primi tempi. I numeri, d’altronde, non mentono: 7 gol fatti, tutti nei secondi 45′. Di questi, ben 4 da giocatori subentrati. Una chiara testimonianza di scelte iniziali inadeguate, figlie di un integralismo ossessionato, misto a saccente presunzione. Ma d’altronde, da chi afferma che “se devo fallire, è meglio che fallisca alla grande” (tradotto: “Muoio con le mie idee”), non ci si poteva aspettare niente di diverso. Una cosa, comunque, è certa: continuando così, il fallimento è già dietro l’angolo. Nella rosa qualcuno sta iniziando ad accorgersene. E forse anche al quarto piano di Casa Milan…
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