
La stagione del Milan sta entrando nella sua fase più delicata e, paradossalmente, il futuro di Massimiliano Allegri sembra tutt’altro che definito anche nel caso in cui i rossoneri dovessero conquistare la qualificazione alla prossima Champions League. Quella che fino a pochi mesi fa appariva come una ricostruzione solida e credibile oggi si è trasformata in un ambiente pieno di tensioni, dubbi e divisioni interne. Il Milan continua a essere in corsa per un posto tra le prime quattro. Ma attorno alla squadra si respira un clima pesante, quasi da fine ciclo anticipata.
La sensazione è che negli ultimi mesi si sia rotto qualcosa all’interno del club. La società appare spaccata in due visioni differenti. Da una parte l’area composta da Giorgio Furlani, Geoffrey Moncada e Zlatan Ibrahimovic, dall’altra il blocco vicino ad Allegri e al direttore sportivo Igli Tare. Differenze non solo di carattere gestionale. Ma soprattutto di prospettive tecniche. I summit andati in scena tra Casa Milan e Milanello nelle ultime settimane sono stati numerosi e lunghi. Segnale evidente di un confronto continuo per cercare di trovare una linea comune. Ma il fatto stesso che servano così tanti incontri per provare a ricompattare l’ambiente racconta quanto la situazione sia fragile.
Dall’ottimo inizio fino al calo, e il rischio Champions League: un Milan che ha le sembianze di Max Allegri?
Eppure la stagione del Milan non era partita male. Anzi, per lunghi tratti del girone d’andata i rossoneri avevano dato la sensazione di poter essere la vera antagonista dell’Inter. La squadra arrivava da una lunga serie positiva. Ben ventiquattro risultati utili consecutivi. E si trovava a pochi punti dalla vetta. Allegri sembrava essere riuscito a riportare ordine dopo le difficoltà dell’anno precedente. Costruendo una squadra pragmatica, compatta e cinica. Non un Milan spettacolare, ma una squadra efficace. Poi però è arrivato il crollo.
Da gennaio in avanti il rendimento è precipitato in maniera improvvisa e preoccupante. I numeri raccontano una frenata evidente. Pochi punti raccolti nelle ultime settimane, diverse sconfitte e una produzione offensiva drasticamente diminuita. La squadra ha perso brillantezza, intensità e soprattutto fiducia. Se la solidità difensiva è rimasta almeno parzialmente intatta, davanti il Milan si è improvvisamente inceppato. I gol sono diventati rarissimi e diversi uomini chiave hanno smesso di incidere. Anche le scelte tattiche di Allegri sono finite sotto accusa.
Colpa dell’allenatore o degli interpreti?
L’esperimento di Rafael Leao da centravanti non ha prodotto risultati, mentre gli attaccanti acquistati per dare profondità offensiva hanno deluso le aspettative. Né Santiago Gimenez né gli altri interpreti offensivi sono riusciti a garantire continuità realizzativa. Persino Christian Pulisic, uno dei più positivi nella prima parte della stagione, ha avuto un calo netto nel rendimento. Tutto questo ha finito inevitabilmente per mettere l’allenatore al centro delle critiche.
Il problema principale, però, sembra essere più profondo dei semplici risultati. Allegri è arrivato al Milan con l’idea di riportare pragmatismo, esperienza e cultura della vittoria. Ma il calcio europeo si sta muovendo in una direzione diversa. Oggi si richiedono intensità, pressione alta, ritmo e produzione offensiva costante. Il Milan di Allegri, invece, continua ad apparire una squadra molto controllata. Prudente e spesso incapace di dominare le partite sul piano del gioco. Finché arrivavano i risultati, questa identità veniva accettata.
Ora che le vittorie sono diminuite, sono esplosi tutti i dubbi. Anche il rapporto con la tifoseria si è deteriorato. La protesta contro la dirigenza, culminata in petizioni social e contestazioni annunciate a San Siro, dimostra quanto il malcontento sia diffuso. Nel mirino non c’è soltanto Allegri, ma tutta la gestione societaria. I tifosi percepiscono un club confuso. Privo di una linea chiara e incapace di costruire un progetto tecnico realmente stabile. In questo contesto anche la figura dell’allenatore inevitabilmente vacilla.
Allegri, la Champions League non è più un checkpoint valido: il Milan valuta
La cosa più interessante è che nemmeno la qualificazione alla Champions League sembra sufficiente a garantire continuità. Certo, dal punto di vista economico centrare l’Europa che conta sarebbe fondamentale. Ma internamente il dibattito sembra andare oltre la semplice classifica. La società si interroga sul tipo di calcio da costruire nei prossimi anni e soprattutto sulla direzione da prendere. Continuare con Allegri significherebbe confermare un progetto basato sull’esperienza e sulla gestione.
Ma servirebbe anche una protezione totale da parte della dirigenza e un mercato modellato sulle sue idee. Allegri, dal canto suo, avrebbe espresso la volontà di restare. Ma solo a determinate condizioni. Vuole sentirsi centrale nel progetto e avere garanzie tecniche precise. Non a caso nelle ultime settimane ha cercato di spegnere tutte le voci che lo accostavano ad altre panchine europee, dal Real Madrid alla Nazionale italiana. Ma il suo futuro dipenderà molto anche dalla capacità del Milan di ricompattarsi internamente.
Il contratto del tecnico scade nel 2027 e prevede anche opzioni legate alla qualificazione Champions, ma nel calcio moderno i contratti contano fino a un certo punto. Se il rapporto tra allenatore e società dovesse deteriorarsi ulteriormente, un addio anticipato diventerebbe possibile anche in presenza di un piazzamento europeo. Ed è proprio questo il paradosso del Milan attuale. La squadra è ancora pienamente in corsa per i suoi obiettivi stagionali, ma allo stesso tempo sembra vivere una crisi strutturale che mette in discussione tutto. Persino il futuro dell’allenatore scelto pochi mesi fa per riportare stabilità.
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