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PSG-Arsenal (5-4 d. c. r.): analisi tattica e considerazioni

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PSG-Arsenal (5-4 d. c. r.): analisi tattica e considerazioni

Dopo una partita intensissima, equilibrata e lunghissima, il PSG si laurea per il secondo anno consecutivo campione d’Europa superando alla lotteria dei rigori l’Arsenal nella finale di Budapest, della quale a breve andremo a presentarvi l’analisi tattica. Una gara dalle infinite emozioni, che i Gunners orientano immediatamente sui propri binari passando in vantaggio al minuto 6 con Havertz. I francesi si svegliano con un po’ di ritardo e dopo aver dominato, ma solo sul piano territoriale, acciuffano il pari soltanto al 65′ con Dembélé, glaciale dagli 11 metri.

La parità perdura, oltre i regolamentari prima e fino ai supplementari poi. Per assegnare la coppa, allora, si rendono necessari i calci di rigore. Sulla sponda transalpina, l’unico errore è di Mendes, che si fa ipnotizzare da Raya. Più grossolani e determinanti gli errori degli inglesi con Eze e, soprattutto, Gabriel, che spedisce alto proprio l’ultimo tentativo della serie, consegnando il titolo agli uomini di Luis Enrique.

PSG-Arsenal (5-4 d. c. r.): analisi tattica e considerazioni

Prima di procedere all’analisi tattica di PSG-Arsenal, diamo una rapida occhiata alle scelte di formazione dei due allenatori.

I parigini scendono in campo con il loro consueto 4-3-3, lanciando gli uomini che li hanno trascinati a questa finale. In porta ancora Safonov, linea difensiva che riabbraccia Hakimi sulla destra, con Nuno Mendes a sinistra e l’inossidabile coppia centrale guidata da capitan Marquinhos e Pacho. Cervello del centrocampo Vitinha, affiancato dalle mezz’ali João Neves e Fabián Ruiz. Davanti c’è Dembélé assieme a Kvaratskhelia e Doué.

Qualche novità in più, invece, per i Gunners. Il solito modulo che oscilla tra il 4-3-3 e il 4-2-3-1 vede chiaramente Raya a difendere i pali, protetto dalla retroguardia con Mosquera e Hincapié esterni e il tandem in mezzo formato dagli inamovibili Saliba e Gabriel. In mediana, Arteta rilancia Lewis-Skelly accanto a Rice, mentre a Ødegaard è affidato il consueto compito di oscillare tra la posizione di intermedio e quello di uomo tra le linee in verticale con la punta, che è Havertz. Saka e Trossard, infine, agiscono sulle ali.

Analisi tattica PSG-Arsenal, il primo tempo: Arteta avanti senza velleità estetiche, ma con eccellente pragmatismo 

È proprio vero che le finali azzerano qualunque dato, fattore o pronostico possa sussistere prima del fischio inizio. L’Arsenal ne è l’esatta dimostrazione, perché, come ci apprestiamo ad evidenziare in questa analisi tattica, approccia con una mentalità totalmente diversa e più pronta rispetto al PSG campione in carica. 

La squadra di Arteta parte con intenzioni chiarissime: pressing feroce per non lasciarsi schiacciare dal palleggio parigino, con uno spregiudicato 4-2-4 in fase di non possesso, in cui rischia l’inferiorità numerica a centrocampo, ma aggredisce a uomo la prima linea di costruzione di Luis Enrique. La strategia sortisce immediatamente i propri effetti, perché pochissimi secondi dopo lo scoccare del minuto 5, Havertz porta in vantaggio i Gunners a conclusione di un’azione nata sì da un rimpallo, ma propiziato comune dalla pressione alta inglese, che innesca una sanguinosa ripartenza da metà campo con la difesa altissima.

PSG-Arsenal (5-4 d. c. r.): analisi tattica e considerazioni

Se la partita si mette nel migliore dei modi per la formazione campione d’Inghilterra, è proprio da questo momento in poi che il PSG si sveglia, comincia a giocare, ma l’Arsenal esprime il meglio di sé grazie ad un’organizzazione difensiva e ad un’attenzione nella copertura degli spazi encomiabili e che rasentano la perfezione.

La risposta dei parigini

Incassato lo svantaggio piuttosto precocemente, il PSG si riversa immediatamente in avanti, assumendo costantemente le redini del gioco. Anche perché l’Arsenal rinuncia al pressing alto delle primissime battute per evitare di sbilanciare i reparti. Scelta quanto mai azzeccata, perché nonostante il dominio territoriale e del palleggio, gli uomini di Luis Enrique non riescono mai a far breccia tra le linee avversarie.

I parigini, in fase di possesso, si assestano con un rombo costituito da Vitinha più 3 difensori per avviare l’azione, più 5 giocatori offensivi tutti sulla stessa linea a coprire tutto l’arco d’attacco e, infine, un uomo che si sgancia abbassandosi per fare da raccordo tra i due blocchi e offrire una traccia verticale allo sviluppo. A ciò si aggiunge il consueto e vorticoso scambio di posizioni tra i vari interpreti, in cui l’occupazione degli spazi è scevro da ogni ruolo canonico. Gli esterni alti provano ad entrare dentro il campo per liberare le corsie. Le mezz’ali si alternano tra inserimenti senza palla e movimenti ad aprirsi. I terzini svariano tra ampiezza e supporto alla mediana.

Questo laborioso assetto cozza però contro il sistema difensivo costruito da Arteta.

L’invalicabile castello difensivo dei Gunners

Acquisito il vantaggio, l’Arsenal cambia completamente strategia dal punto di vista dell’analisi tattica, lasciando al PSG l’iniziativa, ma rendendogli la vita praticamente impossibile. La squadra di Arteta abbassa drasticamente il baricentro, rinunciando ad ogni tentativo di pressione alta col solo scopo di proteggere la propria porta. I Gunners si dispongono tutti dietro la linea della palla, serrando i reparti a ridosso dell’area di rigore in non più di una decina di metri.

Al PSG concede un palleggio agevole fin dopo la metà campo, ma quando poi gli uomini di Luis Enrique ricercano lo spazio, la vallata si oscura. Qualche sporadico tentativo riuscito si nota nelle rare occasioni in cui Trossard o Saka vengono presi d’infilata dalla costruzione in superiorità numerica. Tuttavia, pur riuscendo a raggiungere talvolta l’area di rigore, i campioni d’Europa sono poco decisi e decisivi. Per la maggiore, invece, l’assetto difensivo londinese regge. E anche alla grande.

PSG-Arsenal (5-4 d. c. r.): analisi tattica e considerazioni

Lewis-Skelly e Rice presidiano la zona centrale assorbendo i tagli profondi interni delle ali parigine o le imbucate in profondità delle mezz’ali. Sugli esterni, invece, il lavoro dei già citati Trossard e Saka è assolutamente straordinario. Se Doué e Kvara non riescono ad accendersi, è sostanzialmente merito loro. Davanti, magari, si vedono molto, troppo raramente, ma il contributo in fase di non possesso è continuo ed efficace. I due esterni offensivi non lasciano mai soli i terzini nei duelli, dando man forte e raddoppiando. Un impegno notevole che oltre a limitare i due campioni di Luis Enrique, produce anche un sostanziale numero di recuperi da cui però quasi mai i Gunners riescono a imbastire ripartenze che sarebbero potute essere mortifere con la giusta qualità.

Al di là dell’impegno individuale, però – per il quale non si può non citare l’attenzione scrupolosa nel cuore dell’area da parte dei centrali – è con l’armonia collettiva che la squadra di Arteta sublima il suo primo tempo perfetto. Oltre alla compattezza, la squadra si muove con incredibile sincronia negli scivolamenti da una parte all’altra, rendendo vani anche i tentativi di cambi di gioco dei parigini. Inoltre, le distanze ridotte al minimo tra i giocatori e la sintonia nelle scalate fanno sì che, in ogni zolla di campo in cui graviti il pallone, ci sia sempre una superiorità numerica, a volte schiacciante, di giocatori dell’Arsenal rispetto a quelli del PSG.

L’abisso del dato relativo ai passaggi completati è assolutamente stridente. Tuttavia, non riesce comunque a fare più rumore dell’esiguo numero di conclusioni nello specchio della propria porta che l’Arsenal concede al miglior attacco di questa edizione della Champions League.

Analisi tattica PSG-Arsenal, il secondo tempo: chi la dura…la pareggia!

Dopo una prima frazione impeccabile, l’Arsenal sembra apparentemente riprendere il medesimo copione tattico visto all’inizio di questa finale con il PSG. La formazione londinese si allunga, cercando di alzare la linea del pressing e spostando il baricentro qualche metro più avanti. Chiaramente, questo tentativo di non ripetere pedissequamente lo spartito del primo tempo dà exit poll non confortanti per i Gunners. Arteta sa che l’impostazione portata avanti finora può produrre un eccesso di logorio. Ogni minimo calo può costare caro. 

Tuttavia, il tentativo di cambio di programma sembra concedere un po’ troppi spazi ad un PSG che carica sempre più a testa bassa e che tiene la squadra molto molto alta per velocizzare le operazioni di recupero della sfera. E così, mentre i francesi si accampano senza sosta nella metà campo avversaria, i londinesi non riescono più ad uscire. Neanche appoggiandosi con palla lunga direttamente su Havertz, una soluzione esplorata con successo nei primi 45 minuti per allentare la pressione. Il risultato dell’equazione di queste componenti è il più drammatico possibile per i campioni d’Inghilterra. Poco dopo l’ora di gioco, Mosquera si fa cogliere per la prima volta in leggero ritardo su un uno-due di qualità e velocità tra Doué e Kvara. Il georgiano prende d’infilata il terzino, che finisce per franargli addosso in area di rigore. Penalty netto e trasformazione impeccabile di Dembélé.

PSG-Arsenal (5-4 d. c. r.): analisi tattica e considerazioni

Siamo di fronte al secondo punto di svolta della partita, ma anche dell’analisi tattica della finale tra PSG e Arsenal. I parigini acquistano inevitabilmente fiducia, mentre gli uomini di Arteta, in difficoltà prima psicologicamente e poi, di conseguenza, tecnicamente, perdono aderenza con quanto di buono dimostrato fino a quel momento. Il tecnico basco non può più indugiare e si ritrova costretto ad alzare il peso offensivo dei suoi. Ecco perché, incassato il pari, manda subito dentro Timber e Gyökeres in luogo dello stesso Mosquera e di Ødegaard. I Gunners rimangono con il 4-2-3-1, con Havertz che arretra in posizione di trequartista. A mutare, però, è ora l’atteggiamento difensivo. 

La squadra si sbilancia perché non più in controllo. Rice è più alto ad accompagnare l’azione, mentre i terzini spingono di più, perché il centravanti svedese ha bisogno di rifornimenti dagli esterni. Ne consegue che l’Arsenal si scopre (fin troppo) dietro. Saliba e Gabriel restano col solo Lewis-Skelly a protezione, ma in netta difficoltà nel coprire grande porzioni di campo alle spalle nell’uno contro uno. I raddoppi sugli esterni sono tardivi o completamente assenti e ora il PSG arriva con più facilità e pericolosità a ridosso dell’area. Anche e soprattutto in contropiede.

Abbandonata ogni velleità di recuperare l’equilibrio tattico vincente della prima ora di gioco, Arteta nel finale, con l’avvicinarsi dei supplementari, decide nel finale di inserire energie fresche davanti. Al minuto 83′, fuori sia Trossard che Saka per Martinelli e Madueke. Nello stesso istante, anche Luis Enrique cambia, per la prima volta. Barcola rileva Kvara, frenato da un problema fisico.

Analisi tattica PSG-Arsenal, i supplementari

L’analisi tattica dei tempi supplementari del match tra PSG e Arsenal presenta un unico grande protagonista: l’equilibrio. E non soltanto nel punteggio. Nei primi 15 minuti, i Gunners provano a far valere l’energia degli esterni. Soprattutto a destra, dove Madueke riesce a dare grossi problemi a Nuno Mendes. La manovra è più ragionata e palla a terra, volta a liberare il talento nell’uno contro uno, riempiendo poi l’area. In fase di non possesso, invece, la formazione londinese accetta il 3 contro 3 dietro e anche la pressione è meno di reparto e più individuale. La gara si sposta sui binari della battaglia e dei duelli.

Il secondo tempo, invece, è appannaggio dei francesi. Luis Enrique dà una grossa sferzata tattica ai suoi con due innesti inattesi. Dopo aver inserito Zaïre-Emery per agevolare il raccordo tra i reparti, durante il break inserisce Zabarnyi e Beraldo per gli sfiniti Marquinhos e Vitinha. Con l’ucraino, la difesa passa a 3 (Pacho centrale e Mendes braccetto di sinistra). A tutta fascia agiscono Hakimi e Doué, quest’ultimo però solo quando i francesi hanno il pallone, visto che non ripiega mai. Davanti, infine, c’è Ramos, subentrato a Dembélé al termine dei regolamentari. 

Nessun avvicendamento tattico né da una parte né dall’altra basta però a scardinare la parità. Si rendono così necessari i calci di rigore.

PSG-Arsenal: le considerazioni finali

Concludiamo questa analisi tattica della finale tra PSG e Arsenal con qualche riflessione.

Che fosse una finale equilibrata era pronosticabile. Sia per i pregi delle due contendenti che per l’eccezionalità di quella dell’anno scorso. Sarebbe stato impossibile replicare un successo così travolgente. E infatti l’Arsenal ha fatto il possibile per complicare e far impazzire il miglior attacco di questa edizione della Champions League. Tuttavia, il divario tecnico-tattico tra i giocatori dei due club cede il passo a quello dell’esperienza e della maturità in un contesto così alto. Il PSG è andato sotto subito. Una vera e propria doccia ghiacciata che però non ha minimamente fiaccato lo spirito dei parigini. Non sono bastati nemmeno i mezzucci e le perdite di tempo dei Gunners per staccare la mente degli uomini di Luis Enrique dalla partita. E da ciò che andava fatto per ribaltarla.

Minuto dopo minuto, nonostante le evidenti difficoltà che l’avversaria metteva davanti, la formazione francese ha creduto in sé stessa. Forse anche di più di quanto ha fatto quella londinese. Si è snaturata solo alla fine, quando un qualunque dettaglio poteva far pendere la coppa da una parte o dall’altra. La forza della propria identità e la consapevolezza di farcela hanno avuto la meglio. Per l’Arsenal comunque, tornato solamente quest’anno a vincere un titolo importante (in patria), resta una lezione dura, ma necessaria nel percorso verso la maturazione definitiva.

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