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Serie A, il Torino vuole un portiere di livello: ecco i tre nomi

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Serie A, il Torino vuole un portiere di livello: ecco i tre nomi

Il Torino vuole ricostruire e vuole iniziare dal primo ruolo della squadra: il portiere. Petrachi e Abate puntano su tre profili di ottimo livello. 

Il nuovo corso targato Ignazio Abate comincia proprio da lì — dai pali, dai guantoni, dalla gerarchia che Petrachi ha già chiarito al tecnico nelle prime riunioni di lavoro. Alberto Paleari resterà in granata ma scalerà di un gradino. Israel è destinato all’addio. E tra i profili in cima alla lista per diventare il nuovo numero uno si stagliano tre nomi precisi

Paleari resterà come secondo, con quella disponibilità professionale che racconta di un uomo prima ancora che di un calciatore. Israel andrà altrove. Il Torino cambia portiere. Non perché Paleari abbia deluso — anzi, il suo rendimento è stato al di sopra delle attese — ma perché Petrachi e Abate vogliono alzare il livello.

Torino, il nuovo portiere avrà come secondo Paleari, addio per Israel 

Paleari ha un legame col Torino sino al 2027 e si è già detto disposto a fare un passo indietro nelle gerarchie, se glielo chiederanno. Non è scontato che un titolare accetti di diventare riserva. Molti in quella situazione chiedono di essere ceduti, aprono crisi di spogliatoio, si rendono complicati da gestire. Paleari no. È la conferma di quello che si dice di lui: un uomo di carattere prima ancora che un portiere.

L’altro capitolo che si chiude è quello di Israel. Il portiere israeliano — arrivato al Torino come investimento sul futuro — non ha convinto. Il ds Petrachi ha chiarito ad Ignazio Abate la volontà di prendere un nuovo portiere e di cedere Israel.

Israel ha le caratteristiche atletiche per fare il portiere di Serie A — è alto, esplosivo, con ottimi riflessi. Ma nel calcio italiano certi portieri giovani stranieri faticano a trovare la continuità necessaria per imporsi, soprattutto in un ruolo dove la lettura del gioco e la comunicazione con la difesa sono essenziali quanto i riflessi. La sua esperienza al Toro si chiude senza rimpianti eccessivi da entrambe le parti.

Il primo nome per la porta granata: Wladimiro Falcone 

Il nome in cima alla lista è quello di Wladimiro Falcone. E già il soprannome dice qualcosa: a Lecce lo hanno ribattezzato “WladiMURO” — una crasi tra il nome proprio e la parola “muro” — perché tra i pali il portiere romano nato il 12 aprile 1995 è sembrato esattamente questo: un muro insormontabile, una presenza rassicurante, uno di quelli che prendi e pensi di aver risolto il problema.

Dopo il trasferimento definitivo dal Sampdoria nel 2023, non ha saltato nemmeno un minuto in campionato nelle ultime stagioni, accumulando oltre 93 presenze consecutive in Serie A, un record per il club salentino. Novantaquattro partite di fila. Senza saltarne una. È la statistica che racconta meglio di qualsiasi analisi tattica il valore di Falcone: affidabilità assoluta, solidità fisica, quella continuità che per un portiere vale quanto un campionato vinto.

Nella stagione 2025-26 Falcone ha disputato 35 presenze, totalizzando 3422 minuti, con 102 parate totali, 9 clean sheet e solo 2 cartellini gialli. Numeri da portiere di alto livello in un Lecce che ha lottato per la salvezza — e che senza di lui probabilmente avrebbe faticato molto di più.

Portiere dai grandi riflessi, tra i pali sembra a tratti insuperabile, pronto ad esaltarsi parata dopo parata. In fase di impostazione si è dimostrato particolarmente sicuro di sé, pronto a partire dal basso, ma capace anche di innescare gli attaccanti con lanci lunghi e precisi.

Il secondo nome: l’esperienza in Serie A di Montipò 

L’alternativa più economica porta a Lorenzo Montipò. Trent’anni, portiere titolare dell’Hellas Verona retrocessa in Serie B, un contratto fino al 2028 che la caduta in cadetteria degli scaligeri ha reso improvvisamente molto più gestibile dal punto di vista economico.

La caduta in B degli scaligeri ha fatto crollare il prezzo a un paio di milioni. Due milioni di euro per un portiere che conosce la Serie A come le sue tasche, che ha dimostrato nelle ultime stagioni di poter reggere il livello della massima serie anche in squadre che subiscono molto. Una cifra che apre scenari interessanti per il Torino, soprattutto se le risorse destinate alla porta devono essere contenute per permettere investimenti in altri reparti.

Montipò ha caratteristiche diverse da Falcone: meno imponente fisicamente (183 cm contro i 195 del romano), ma con ottimi riflessi e una lettura del gioco costruita su anni di Serie A. Non è il portiere ideale per chi vuole impostare sistematicamente dal basso, ma è un portiere affidabile che non ti fa saltare dalla sedia nei momenti di difficoltà.

Torino, il profilo di portiere più difficile: Dominik Livakovic 

E poi c’è il nome più intrigante di tutti, quello che porta la trattativa su un piano diverso: Dominik Livakovic. Trentuno anni, portiere della Croazia — quella Croazia che sta giocando il Mondiale con Modric, Vlasic e Erlic, quest’ultimo già sondato dal Torino.

Livakovic ha 31 anni come Falcone, ha chiuso la stagione in prestito alla Dinamo Zagabria, ma è di proprietà del Fenerbahçe, che però non punta più su di lui (contratto sino al 2028; prezzo oscillante intorno ai 5 milioni, ma ora dipenderà dal rendimento ai Mondiali). Già a gennaio Petrachi aveva raccolto informazioni sul portiere croato, dato che era in partenza dalla Turchia.

Livakovic non è un nome qualsiasi. È il portiere che aveva preso i rigori con la Croazia al Mondiale del 2022 in Qatar, eliminando il Giappone e il Brasile ai penalty — una serie di parate che lo avevano catapultato nell’olimpo dei portieri europei. Una reputazione costruita su notti memorabili, su nervi d’acciaio, su una capacità di leggere i penalty che pochi portieri al mondo possiedono.

Poi qualcosa si era inceppato. L’esperienza al Fenerbahçe non è andata come sperava, il club turco non conta più su di lui, il ritorno in prestito alla Dinamo Zagabria è stato un passo indietro doloroso. Ma i portieri non si misurano solo con i club che hanno frequentato: si misurano con quello che sanno fare tra i pali. E Livakovic sa fare molte cose.

Il Mondiale può essere il catalizzatore che ridefinisce il suo valore — in un senso o nell’altro. Se la Croazia dovesse fare bene, se Livakovic dovesse essere determinante come lo fu nel 2022, il prezzo salirebbe e la trattativa si complicherebbe. Se la Croazia uscisse presto, le condizioni economiche potrebbero restare quelle favorevoli di oggi.

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