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Spagna, il corto muso e le analogie con Sudafrica 2010

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Spagna, il corto muso e le analogie con Sudafrica 2010

Secondo la definizione fornita da Massimiliano Allegri nel 2019, al tempo allenatore della Juventus, il corto muso è un termine proveniente dalla corsa dei cavalli (“Te ne intendi di ippica?“). Nello sport in questione, si intende il minimo vantaggio con cui un animale può prevalere nella vittoria finale attraverso, perlappunto, il muso leggermente in avanti. Il concetto si applica quindi anche nel calcio, quando una squadra ha la meglio sull’altra con il minimo scarto. Un modo di interpretare la partita in maniera prettamente pratica, volta al risultato, diventata celeberrima tra i tifosi e un male da combattere per i giochisti.

La Spagna, campione d’Europa e del mondo nel 2026, ha meritato ampiamente di portare a casa il secondo trofeo continentale della sua storia. Il gruppo di Luis De la Fuente Lo ha fatto meritandosi pienamente la conquista della coppa, nonostante un avvio a singhiozzo con il pareggio a reti inviolate con Capo Verde. Da lì in poi un cammino inarrestabile, con un solo gol incassato ai quarti con il Belgio e tanto gioco. Spicca, però, anche la determinazione nel raggiungere il risultato con il minimo scarto, una sorta di corto muso iberico (Allegri se la ride). Qualcosa in comune con il trionfo in Sudafrica 2010, anch’esso avvenuto dopo aver esultato per la conquista dell’Europeo nel 2008. Come vedremo, non sarà l’unico aspetto omologo a 16 anni fa.

Spagna e il corto muso, la prima volta nel 2010

Il Mondiale 2010 rappresenta un punto di svolta per la Spagna. Dopo aver vinto con merito il torneo continentale due anni prima, le Furie Rosse vogliono raggiungere la coppa iridata dopo svariati anni di tante speranze spente troppo presto. Come nel 2026, il debutto è da dimenticare: 0-1 contro la Svizzera e una rimonta da dover completare. Missione compiuta, addirittura da prima sconfiggendo Honduras e Cile. La prima vittoria da corto muso arriva agli ottavi di finale, nel derby iberico col Portogallo: il bomber David Villa regala i quarti di finale. Un altro 1-0 sul Paraguay, una gara folle con un rigore fallito per parte e la punta ex Barcellona e Atletico Madrid ancora a togliere le castagne dal fuoco. Per la prima volta nella storia, la Spagna è tra le prime 4 al mondo.

In semifinale la attende la Germania, sconfitta a Euro 2008 nell’atto conclusivo grazie a una rete di Fernando Torres. Ancora una volta le Furie Rosse hanno la meglio, ancora per 1-0, grazie a una capocciata di Andres Puyol da calcio d’angolo battuto da Xavi. La finalissima, tenutasi il l’11 luglio 2010 a Johannesburg, al FNB Stadium, si gioca contro l’Olanda, già finalista nel 1974 e 1978 senza alzare mai il trofeo. Si tratta dunque di una prima volta per entrambe. Chi si aspetta un gran gioco dalla Spagna resterà deluso: gara molto fisica, con l’espulsione di Jonh Heitinga e una netta occasione fallita da Arjen Robben a tu per tu con Iker Casillas. Ci vuole una rete di Andrés Iniesta all 116′ dei tempi supplementari per far esplodere un popolo di gioia. Con 2 soli gol subiti e in pieno corto muso.

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16 anni dopo, il copione si ripete: la Spagna è campione d’Europa sconfiggendo l’Inghilterra all’ultimo atto. L’esordio nel Gruppo H (segno del destino, lo stesso di Sudafrica 2010), il già citato 0-0 con Capo Verde, in cui il 40enne Vozinha fa la voce grossa. Poi i successi per 4-0 su Arabia Saudita e 0-1 sull’Uruguay (tanto per cambiare) proietta gli spagnoli verso la fase a eliminazione diretta. Liquidata l’Austria con un secco 3-0, il Portogallo è ancora una volta l’avversario degli ottavi, esattamente come nel 2010. Dopo un match tirato e incerto ci pensa il subentrato Mikel Merino, che al 91′ regala il pass per i quarti di finale. Ancora di misura il 2-1 sul Belgio: al vantaggio di Fabian Ruiz risponde De Ketelaere, fino a quando la mezzala in forza all’Arsenal colpisce di nuovo all’88’ e risparmia energie preziose per la semifinale. La Francia, affrontata e battuta due anni prima, si presenta come gran favorita. Invece ne esce annichilita sul piano tattico ed emotivo: un secco 0-2 firmato dal rigore di Mikel Oyarzabal e Pedro Porro.

L’atto conclusivo con l’Argentina campione in carica al MetLife Stadium di New Jersey è una battaglia. Il piano dell’Albiceleste è chiaro: difesa a oltranza e aggressività, anche eccessiva, sull’avversario. Così, dopo aver tenuto il pallino del gioco e senza far tirare i sudamericani, esattamente come 16 anni fa, si va ai supplementari. Ed esattamente come 16 anni fa ci vuole un gol nel secondo tempo di extra time, stavolta di Ferran Torres, al 107′ a consegnare la coppa alla Spagna, dopo un timido assalto finale dell’Argentina. Ancora una volta, poi, le Furie Rosse festeggiano un successo mondiale in un altro continente. Di nuovo per 1-0. Perché quando il gioco si fa duro, il corto muso entra in campo.

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