Michael Owen: quando il talento non basta

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Il calcio è talento, il campione lo noti da subito, come si muove tra le linee, come tocca la palla o semplicemente come palleggia. Un club punta su di lui e poi sarà il tempo a dare ragione a chi ci ha creduto. All’inizio del nuovo millennio, un ragazzo inglese nato a Chester bruciava le tappe. Il ragazzo, Michael Owen, vince con il Liverpool la Coppa Uefa, la Supercoppa Europea e la Coppa d’Inghilterra.

A 21 anni il Golden Boy, la speranza calcistica del calcio oltre la manica, vince anche il Pallone d’oro. Figlio di un ex calciatore professionista, Terry Owen, Michael nasce a pochi chilometri dal Galles, nella pianura del Cheshire. Fin da piccolo mostrava talento, nel 1988, battendo record su record nei campionati scolastici. Il Golden Boy era l’inizio di una nuova era per il calcio inglese, con lui e Beckam la nazionale dei tre leoni poteva rinascere dalle ceneri degli Europei del 2006.

Michael Owen e la (mancata) consacrazione

Dopo sette stagioni nelle fila dei Reds, la chiamata del club dei sogni, Owen passa al Real Madrid. La consacrazione per il ragazzo di Chester che però, complice una squadra ricca di talento (Figo, Zidane e Raul solo per citarne alcuni), oscura le qualità dell’inglese. Solo una stagione dopo Owen passerà al Newcastle dove farà sognare il St. Jame’s Park in coppia con il mitico Alan Shearer. Al Newcastle resterà 4 stagioni, tormentate da continui infortuni che renderanno Michael a 30 anni più vecchio di quanto dica la carta d’identità. Chiuderà la carriera nello Stoke City dopo diversi anni nello United di Ferguson, che lo acquista più per ragioni di immagine che di talento. Talento sempre più opaco rispetto a quel ragazzo che a 21 anni aveva fatto tremare il calcio inglese e l’Europa.

Di Michael il calcio si ricorderà sempre. Il ragazzino, il Golden Boy che ha raggiunto la vetta ed è precipitato troppo velocemente da non farne godere il talento, talento così raro da essere quasi un rimpianto.

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